STOYAN ILLJIAVIC

Stoyan Illjavic batteva il tempo col piede destro, seduto sullo sgabello. Il bump-bump sarebbe rimbombato nettamente se solo il pavimento fosse stato più disponibile e meno incredibilmente compatto. Ma da un sottopassaggio ferroviario di una stazione non si può pretendere l’acustica del palcoscenico in legno di un teatro o di una sala di conservatorio. Veramente, lui neanche sapeva che esistessero i conservatori. I teatri sì, ne aveva visti diversi con la scritta in grande sul frontale in tutte le lingue europee, anche se non era mai entrato in una di quelle scatole. Più che altro perché nessuno glielo avrebbe consentito. E neanche ci aveva  pensato mai di entrarci.
Le ance della fisarmonica cantavano, aprendosi e chiudendosi, a man a mano che le dita, lunghe e nervose, danzavano sugli eleganti tasti bianchi e neri sul lato destro dello strumento, mentre la mano sinistra, dall’altra parte del soffietto, piroettava sulla bottoniera madreperlacea alla ricerca metodica degli intrecci d’accompagnamento tra bassi, accordi maggiori, minori e in triade diminuita. Mai nessuno si era preso la briga di spiegargli cosa significassero quei termini, né lui avrebbe mai immaginato che tutto fosse così complesso. Gli bastava cavarli fuori, quei suoni, in ordine e a tempo giusto dai polmoni dell’armonica, in perfetta sincronia con il suo di respiro, umano, questo. Le braccia dilatavano e comprimevano gli opercoli agitando il soffietto in vile cartone pressato, impreziosito, esternamente, dall’appariscente vestito in seta a losanghe. Respiravano insieme, i due, e dalla musica che scaturiva ne ritornava altrettanta forza vitale. Tanti anni d’esercizio avevano affinato l’abilità, incentivata da una buona dose di capacità innata di percepire  ad orecchio i tempi musicali.
Era bravo, ormai, a quasi settant’anni, la pelle del viso accartocciata dal tempo. Il sole, il vento, la pioggia l’avevano scavata come il coccio di una tettoia. Gli elementi della natura lo accompagnavano nel continuo girovagare, beandosi della libertà del suono che traeva. E lui ricambiava con un valzer, una polka, una mazurca. L’unica precauzione era di preservare dai raggi diretti del sole e dall’acqua piovana il delicato strumento, all’ombra di un albero, di un palazzo, comunque ben protetto. Riposava al coperto nella  custodia rigida. La penombra del sottopasso era sicuro rifugio dalla canicola esterna. I passanti diventavano sempre più radi, intorno a mezzogiorno, richiamati al desco domenicale. Solo il cupo, pesante, rotolare ferroso dei treni di passaggio, di tanto in tanto, rimbombava sulla sua testa. Sembrava l’applaudisse, coprendo la sonorità delle note. Finché non restò più nessuno che l’ascoltasse. Avvertì, in quel momento, che lo strumento, ormai inutile, si era appesantito fra le sue braccia, intorpidendo la gamba sinistra su cui poggiava. Provvide a chiudere il mantice. Allacciò i fermi in alto e in basso della cassa ormai asfittica e iniziò, lentamente, a sfilare la cinghia sinistra passandola oltre la testa, liberando il collo, mentre con la destra sosteneva lo strumento. Alleggerito dal fardello, lo poggiò delicatamente al lato, sul pavimento. La camicia conservava i segni delle strisce di cuoio sulle spalle, sul dorso. Binari di sudore ne delineavano il percorso scendendo fino alla vita.
Esaurito il divertimento musicale, archiviato il lavoro, un senso di vuoto ebbe il sopravvento. A protestare era lo stomaco. Ma, così abituato a sentire i morsi della fame, non si fece distrarre dagli obblighi professionali. Iniziò ad accarezzare la compagna di viaggio, da brava mamma che lava il viso alla sua bimba. Lucidava la carenatura della fisarmonica con un panno morbido che tirò fuori dalla tasca del guscio dischiuso ai suoi piedi. Lustrò i tasti ed i bottoni, eliminando ad una ad una le tracce digitali sovraimpresse. Poi serrò tutto nella custodia. S’alzò. Si stiracchiò; distese l’armonica sullo sgabello a riposare e si sedette per terra, ad assorbire la frescura attraverso il contatto diretto delle gambe dal pavimento. Le vertebre della schiena che pazientemente avevano sopportato il peso della tracolla, si distesero contro la parete. Il corridoio gli sbadigliava davanti. La tonsilla luminescente all’estremità opposta segnava il risalire della parete verso il riflesso del giorno che riprendeva oltre l’esigua interruzione sotterranea. Stette in ascolto. Nessuna prova d’esistenza, oltre la sua. Un pezzo di pane con rimasugli di salame, avanzati dall’ultimo assaggio, balenò nella mano.
Sbocconcellò con cura, attento a non farne cascare neanche una briciola. Parcamente, riavvolse il tozzo, immiserito dalla nuova presa, rituffandolo in tasca. D’improvviso la stanchezza gli piombò addosso. Infilò, per sicurezza, il braccio destro nella cinghia della custodia che racchiudeva il suo gioiello. Distese le gambe, chinò il capo sul petto. Rimase fermo. Le palpebre scivolarono nella penombra, al riparo dalla ferocia del sole che, tuttavia,  non risparmiava di propalare fin lì la calura meridiana. Avvertiva un senso immenso di pace. Fluttuava per l’aria, senza corpo. Una barca ancorata al fondo: così si sentiva. Rollava su se stesso.
D’improvviso un alito d’aria fresca lo raggiunse. Si voltò spaventato. Un treno lo investì. Lo assalirono delle grida. Si divincolava da qualcosa che lo tratteneva, ma non riusciva a liberarsene. L’angoscia lo pervase Un tocco. Un tuffo al cuore gli spalancò gli occhi. Due gambe in tuta amaranto con due strisce gialle alle estremità; due mani lo spingevano in alto, sollevandolo. “È vivo , è vivo!” gridò il vocione agli invisibili astanti in cima alle scale. Lui non capiva… L’omone risalì i gradini. Lo depose all’esterno. Era fradicio d’acqua. “Una perdita… l’impianto idraulico…”- sentì vociare. Un attimo e ricordò dove fosse. Schizzò in piedi per correre nuovamente giù, ma ricadde di fianco. La cassa della fisarmonica gli occhieggiò ai piedi. Si gettò sopra a controllarne il contenuto. Il peso confermò la presenza della vecchia amica/amante.
L’aprì. Era perfettamente asciutta!
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