La casa incantata

Grigio, nel cappotto di ferro e cemento, si erge per sette piani, anonimo, più di tutti i palazzi che gli si stringono intorno: due affacci per piano con vetrate incardinate su anodini infissi in alluminio; sulla strada, un negozio affianca il portone in cristallo; un complesso algido nel suo rigore.

Verso la fine dell’isolato, relegato nel proprio angoletto, è quasi schiacciato tra i vicini; asfittico fra  le vaste, moderne costruzioni che risultano mastodontiche rispetto a lui. Il traffico avvolge e soffoca tutto con i suoi rumori e  con i gas di scappamento nella attuale realtà del divenuto “centro” urbano. È nato sulle ceneri di una costruzione fatiscente, superata dal tempo.

L’ultimo a cadere, il vecchio palazzotto è scomparso, schiantato dalla modernità. Tipica casa di fine ottocento, sorgeva al limite della campagna a cui l’anelito giovanile verso l’innovazione aveva rubato il terreno.

A quei tempi e per molti anni ancora, nello snocciolarsi dei giorni, al mattino presto, s’alzavano dissonanze tra il baritonale ed il tenorile di caproni e pecore che, compressi in greggi belanti, cercavano di far valere la propria personalità, incuranti della popolazione umana dei dormienti. Due erano i momenti in cui partecipavano al paesaggio cittadino. Il primo quando andavano verso il pascolo, scacciato sempre più lontano dalla città in espansione ed il secondo, al tramonto, quando rientravano negli stazzi ricavati nei locali sottostanti le abitazioni a cui si accedeva scendendo due o tre scalini, sottostanti il livello della strada. La porta era una staccionata. Così, dalla fine dell’ottocento fino all’inizio degli anni ‘50 del secolo scorso, capre e pecore si affollavano, riducendosi di numero a mano a mano che il tempo passava, negli angusti spazi improvvisati sotto i non più giovani palazzotti costruiti, per lo più, per soddisfare la vanagloria del proprietario del fondo per sentirsi cittadino. Così si dava da fare a costruire sul proprio terreno, sormontando l’arco d’ingresso del portone con una targa in pietra che riportava, pomposamente, le iniziali del proprietario e la data di costruzione dell’edificio, in mancanza, purtroppo, di uno stemma araldico. Così, si alternavano abitazioni più fortunate accanto ad altre meno. Quelle più importanti perché appartenenti a famiglie “nobili”, ovvero, di latifondisti, di professionisti o di ricchi commercianti, avevano portoni di dimensioni così grandi da consentire di ospitare al loro interno una carrozza, di solito il Landau, completa di stalla per il cavallo e con accanto l’abitazione del cocchiere.

Ma la nostra in questione non era mai stata delle più fortunate e bistrattata dal momento in cui era sorta. Dopo più di mezzo secolo, sì, era ancora in piedi, al contrario delle maggiorenti che per prime avevano piegato il capo al volere del venale proprietario, sacrificandosi sull’ara del progresso, ma non aveva futuro. Vent’anni dopo nessuno si sarebbe ricordato di quell’ultimo sgorbio di costruzione, fagocitato dal mondo “nuovo”.

Due piani soltanto fuoriuscivano dal terreno con due unici affacci sulla strada, perciò era meno appetibile dai costruttori che avevano trovato l’America nella ricostruzione dell’Italietta che avanzava a grandi passi verso gli anni ‘60. Il portone, che rappresentava il fiore all’occhiello di ogni palazzo civile, ormai risultava rappezzato in varie parti. Sul lato sinistro (per posizione e in senso figurato perché abitato da famiglie meno abbienti) del vecchio edificio s’apriva il povero portoncino che ne aveva subite tante! Gli era stata tarpata la luce dal locale commerciale ricavato in modo da riempire a metà il suo prospetto originario. Rimasto con un’anta sola, sembrava che gli avessero cavato un occhio, sbandierando una saracinesca al posto della benda.

L’archivolto, che sormontava i resti dell’originario portone, aveva subito anche esso l’affronto della cupidigia umana. La moda di fine ottocento prevedeva che la struttura d’ingresso (il portone) fosse alleggerita da una bella rosta a raggiera o a mezzaluna piemontese, come usava allora, per assicurare l’areazione e l’accesso alla luminosità del giorno dell’intero androne. Forse, all’inizio, l’aveva pure ben esibita. Ma, dopo aver affrontato le vicende di due guerre, l’ingresso era ridotto piuttosto male.

La rosta non esisteva più. Murata dal limite superiore dei piedritti  fino al punto di chiave del portone,  con una miserevole finestrella nel punto più alto della volta a botte, là dove una persona di bassa statura poteva sperare di stare dritto impedi nel soppalco creato; si apriva al centro della muratura nell’illusione di dare fiato alla stanza ricavata.

Il portoncino risultava, così, immiserito, monco, a una sola anta, e cieco, privato del beneficio della rosta, oppresso dalla sovrastruttura imposta. Una scellerata soluzione attuata per lucrare sui miserevoli affitti che il proprietario del palazzotto raggranellava dai locali ricavati con il risultato scoraggiante di gelare il sangue a chi entrava in quell’antro di tomba.

Nel semibuio forzato si muovevano, di primo mattino, assonnate forme viventi di sembianza amebica nelle loro lugubri vesti, ammantate con scialbi scialli. Da sotto le cuffie, nate candide ma incredibilmente inscurite, forse per la tonalità smunta derivante dai frequenti lavaggi o per l’astinenza prolungata dal sapone, fuoriuscivano ciocche disordinate di capelli bianchi. Più o meno silenti, comunque indubbiamente dolenti, le figure recavano segreti doni in orci di creta a divinità nascoste dietro la porticina in fondo all’androne. Lì giunte, le “anime morte” scendevano il gradino per ritrovarsi in una stanzetta meno buia dell’androne da cui provenivano, allocata sul retro, verso il cortile. Nell’ambiente una insperata luminescenza filtrava dalle fessurazioni di una seconda porta, al di là del sacrario in cui si muovevano le lugubri figure.

Immolate le loro offerte alla divinità fluviale, con gran risciacquo di liquidi, tornavano sui loro passi con dignitosa riservatezza, chiuse nei paramenti che nascondevano le teche purificate dal sacrificio.  Al centro dell’androne, si dividevano. La figura più anziana risaliva, arrancando come una lumaca, passo dietro passo, su per la scaletta in legno. Spariva nella caligine della volta a botte dell’androne in cui si intravedeva il disegno di una porta, scura come quella dell’inferno se mai avesse avuto una porta. Cosa ci fosse lì dentro nessuno avrebbe sentito la voglia di scoprire, certo una dignitosa povertà.

Le altre due viravano a sinistra sull’impiantito. La prima era inghiottita dal vano di una porta finestra attraverso la quale s’indovinava una camera da letto per il lettone enorme che riempiva la penombra in cui era immerso. Mastodontico per la scarsità di spazio, sembrava capace di ospitare un gigante, alto com’era da terra.

E sì che lei, la vestale del sacrificio, era “mastodontica”, con labbroni sporgenti che battevano uno sull’altro quando parlava, provocando il tipico rumore che contraddistingueva quello delle ciabatte sul selciato, tant’è ch’era chiamata “Jannine boccone” (Annina dalla bocca grande). Il marito, al contrario, era un vecchietto rinsecchito dal sole e dagli anni, ‘mba Martine (compare Martino), perennemente in bretelle e camicia priva di collo, con una pi stagnina su cui applicare il colletto rigido, fin d’allora in disuso. In testa il cappello, di feltro in inverno e di paglia in estate, accompagnava l’economica pipa di canna lunga più di mezzo metro dal cui fornelletto in creta si spandeva, d’estate, in inverno e in tutte le stagioni dell’anno, un aroma dolciastro di tabacco bruciato che, insufflato da una striminzita bocca, accartocciata sotto la scucchia incombente, determinata dall’assenza prolungata della dentatura, inebriava e intontiva tutto il palazzo. Tornando al letto, sui quattro montanti laterali i pomelli sembravano occhi, tondeggianti da gufo, che emanavano sinistri riverberi iettatori.

La seconda, Ritella, che sembrava il personaggio di Bracciodiferro al femminile, più per l’abitudine che aveva di mostrare gli avambracci scoperti per via delle attività di lavandaia a cui era costretta dalle necessità, girava verso l’ingresso di un vano un po’ più luminoso per via di una grata in ferro alla finestra che prendeva aria dal cortile; per ritrovarsi in casa scendeva tre gradini, come se non fosse bastata l’infima allocazione dell’abitazione. Sembrava la fossa dei leoni!

Il resto degli appartamenti si sovrapponevano, alternandosi, più o meno irregolarmente, secondo la malata ingegnosità del costruttore che mirava a sfruttare ogni piccolo spazio da destinare a locali abitativi. Sul lato proletario del palazzo, quello a sinistra della facciata, due appartamenti bi-vani, uno per piano, sporgevano esclusivamente sulla strada, mentre tre, impilati uno sull’altro, si alternavano fra il piano terra e il primo piano, fra il primo e il secondo piano e a livello del secondo piano e avevano l’ affaccio limitato al cortile interno del palazzo.

Sul lato gentilizio, a destra della facciata, i quadri-vani occupavano il primo ed il secondo piano. Erano gli appartamenti più ricchi di stanze, ben quattro, infilate l’una di seguito all’altra, con il bagno ricavato sull’ampio, ma non troppo, terrazzino interno. I servizi igienici erano appannaggio solo di questo lato padronale, per il resto, neanche a parlarne: servizi in comune su di un esiguo balconcino all’interno del palazzo.  La castellana, che provvedeva alla riscossione degli affitti, occupava il primo piano, che , come detto, aveva doppio affaccio, sia sulla strada che sul cortile.

Sulla cima dello strano, raccogliticcio edificio, arroccato al di sopra del secondo piano, sotto una camera d’aria ricoperta dal tetto di coccio, c’era l’ ultimo, estremo appartamento di due vani: un cucinotto, un angusto cabinetto esterno, o meglio gabinetto, ricavato in un angolo del minuscolo balcone; mentre affianco alla cucina si apriva una cameretta che ospitava i letti per dormire. La finestra era aperta a filo di muro e l’inferriata proteggeva a metà, fino alla cintola, la figura di un adulto non troppo alto che si fosse affacciato.

Di lì era un bel godere! Nei pomeriggi di primavera, prima del tramonto, si poteva assistere ai girotondi delle rondini che in cerchio e a ranghi stretti turbinavano garrendo in lungo e in largo sui giardini interni dei palazzi che costituivano il blocco dell’isolato. Branchi, così fitti da sembrare nugoli di frecce nere, stridevano allegramente, dividendosi all’ultimo momento, evitando, così, di schiantarsi contro l’ostacolo dei palazzi posti ai lati corti del rettangolo, per risalire, poi, alla spicciolata, la corrente sui due lati più lunghi. I piccoli volatili, dal dorso nero e dal petto bianco, sfrecciavano davanti alla finestra, quasi a poterli prendere se si fosse allungata la mano. Intanto, la vita del vicinato si svolgeva affacciata a balconi e terrazze in un continuo cicaleccio nello scambio di opinioni.

Sul ballatoio più grande posto al secondo piano sei o sette bambini giocavano. Maria, la più grandicella, buttava la palla contro il muro, misurando la sua bravura nel prenderla al volo dopo la battuta, girando su se stessa una, due o tre volte e battendo le mani, imitata a turno, maldestramente, dagli altri.

Un frugoletto, dal rifugio sotto il tetto, scendeva con baldanza, scivolando con rapidità su una gamba sola. Riportava l’altro piede a congiungersi con il primo con il tipico rumore a seguire del tacco, un gradino per volta, percorrendo le cinque scale che congiungevano i ballatoi in “chianca” dei piani intermedi. Giunto sull’ultimo scalino al limitare dell’androne, si fermava titubante. Non vedeva l’ora di giungere all’esterno, mettendosi alle spalle quello stretto cunicolo che sembrava volesse ingoiarlo. Se il portone risultava aperto attraversava con una corsa rapida la parte più tenebrosa, trattenendo il fiato, inseguito da mille fantasmi. Strisciava veloce, come le rondini, lungo la zoccolatura a smalto grigia di un  ributtante colore topo morto.

Gli occhi vagavano irrequieti nella incerta, liquida opacità che incalzava la striscia di luce  creata dall’apertura del portone spalancato. I globi oculari si sforzavano di scoprire con terrore nel buio quello che non riuscivano a focalizzare e che si auguravano di non vedere.

Orbitavano freneticamente dalla porta del sottoscala alla porta finestra, risalendo fino alla sommità della pesante scala in legno che portava all’ammezzato posticcio e tornando a fare il giro. S’aspettavano che dalla porta balzassero fuori animali feroci, affamati che, nella fanciullesca fantasia, abitualmente infestavano simili antri: il castello degli orchi! Il minimo cigolio provocava un brivido prolungato lungo la schiena che spronava a correre, per evitare di essere sbranati. Il terrore era attizzato da immagini granguignolesche che  l’innocenza dell’età lasciava intuire. Via, verso l’apertura salvifica, lungo il budello costretto dal pavimento del sovrastante ammezzato e dal muro del confinante negozietto che tagliavano a metà l’asfittica area del portone.

Qualcosa di simile a una camiciaia occupava l’angusto localino ricavato nel portone. L’attività, di natura familiare, non si peritava di osservare orari precisi, ma aveva margini piuttosto elastici determinati dalle commesse di lavoro più o meno numerose (più meno che più!). Perciò, quando apriva e quando no. Si sentiva subito se s’animava qualcuno all’interno. Da una finestrella, accecata da una polverosa, massiccia grata che si apriva sotto la scala in legno della citata vecchietta,  proveniva il mormorio cantilenante della pedivella della Singer a disegni floreali d’oro su fondo nero che indicava i chilometri macinati dall’ago nel suo movimento meccanico; questi infilzava il tessuto con precisione nel suo continuo tlack tlack tlack tlack; a volte accompagnava lo sbattere ritmato sul doppio panno di lana del pesante ferro da stiro a carbonella  che invitava a identificarlo come il rumore di un mostro dai denti di ferro, attraverso i quali s’intravedeva la carbonella incandescente nella bocca infernale, che sfiatava, mentre schiacciava succubi giacche, pantaloni e camicie. Fastidiosi rumori che acuivano  il disagio di chi attraversava il budello pronto a catapultarsi giù dall’alto gradone che separava il portone dal marciapiedi. Finalmente fuori!

Se il portone era chiuso, capitava di rado, erano sudori freddi che colavano dalla nuca fino alle reni: l’inquietante buio risultava rotto dalle fessurazioni degli stipiti sgangherati e dal foro imponente del chiavistello che doveva contenere una chiave ben grossa per giustificarne l’ampiezza. E la corsa diventava una fuga disordinata e precipitosa. E all’improvviso ci si ritrova a rivedere… il frastornante traffico attuale.

Scorrono come in una lampada magica le immagini del portone…con quel gradino… di quel palazzo, oggi improbabile, di quel bimbo e di quella tranquilla vita, nella sua semplice quotidianità; si sfaldano, perdute nel tempo.

 

Sepolta dalla fredda incomunicabilità moderna, la “Casa incantata” si dissolve… si liquefa, mentre la palla rimbalza contro il muro. Una bambina continua a cantilenare, sempre più distante: “Palla pallina/dove sei stata/dalla nonnina…”.

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