IL CIABATTINO

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Chino sulla tastiera, a battere come un ciabattino che risuola le scarpe; mastica chiodi tenendoli serrati per la punta fra le labbra, in modo che la testina sia pronta per essere prelevata all’occorrenza; uno alla volta li prende e li incunea nella suola. Un colpo sicuro, poi un altro più forte, uno di seguito all’altro, e la bulletta è salda. Li appoggia nel cuoio, ribattendoli via via, completando il giro della forma della pianta del piede. Guarda la suola; la tocca, la strofina col palmo della mano aperta; controlla con occhio critico se è levigata o se presenta delle asperità. Insiste lì dove gli pare opportuno e poi, soddisfatto, ripone la scarpa, pronta all’uso.

Nello stesso modo operava lui. E martellava al suo deschetto… cioè alla scrivania da lavoro (tanto è lo stesso). Non infilava chiodi nella suola né li reggeva in bocca. Ma quelle che usava uscivano sempre dall’apparato oro faringeo e rischiavano di essere anche più acuminate dei chiodi. Dipendeva tutto da chi, dopo, le avrebbe indossate… Pardon, da chi le avrebbe interpretate e se ne sarebbe servito come metro per lodare o disprezzare, insomma, per screditare l’artefice del marchingegno, della costruzione che piano piano si edificava. Eh sì! Proprio così. Non erano chiodi, ma, se usati bene, potevano tenere in piedi il manufatto; altrimenti, poveruomo, avrebbe dovuto subire punture non di spilli, ma di spade affilate che avrebbero dissolto il suo castello, leso la sua onorabilità, disintegrato il piedistallo su cui s’era arrampicato e messo in crisi la sua sicumera di intangibilità.

Intangibile da che? Dalla stupidità umana, dalla incolta inciviltà dei  rozzi compagni di viaggio, dai  detrattori, dagli avvoltoi sempre pronti a calare su un brandello di carne putrefatta, anche solo su di un piatto di lenticchie, all’ingordigia umana che spinge chi più ha ad accumularne e chi ne ha meno a dimenticarsene quando ha raggiunto la soglia di sicurezza, salvo poi a dimostrarsi ancora più famelico. Homo homini lupus, dicevano i “classici. Tutto ha  inizio, in verità, da un comico latino: Cecilio Stazio. Sì, da un comico, come sempre. Se vuoi conoscere la verità prendila allegramente e diventa un comico, fai ridere gli altri attraverso lo specchio della verità, anche se sarà impossibile vederla ad occhio nudo. Verità: nuda veritas e perciò (non certo per pudicizia) occultata, nascosta, adornata di orpelli per agghindarla, per darne un’apparenza più gradevole.

Homo homini lupus. Quanti l’hanno gridato attraverso i secoli: Erasmo da Rotterdam, Bacone, Schopenhauer (con sfregamento inevitabile di parti intime). Gramsci, poverino, dette la colpa agli ecclesiastici medioevali… completandone la formulazione “… foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus” , comunque, è una semplice estensione ad altre categorie Ma ora si fa tardi!

Era da molto, infatti, che andava avanti, schiacciando ritmicamente i poveri tasti, provocando l’apparire confuso di parole che balzavano sulla pagina bianca, aggiustandosi alla bell’e meglio, pigiandosi l’una contro l’altra, amalgamandosi, cercando di dare un senso al discorso, urtandosi e sballottandosi in uno scontro all’ultimo sangue. Facevano pena. Non era certo colpa loro, ma di quella testaccia che si illudeva di essere dotato della divinazione del romanziere, sì, del prosatore, del novelliere, a volte (orrore) anche del poeta.

E loro lì, costrette a stare in fila ad aspettare di essere catapultate sul foglio informatico dai tastini delle letterine che lui si ostinava a pestare come cimici su quella macchina elettronica, avveniristica sì, ma che, se ne avesse avuta coscienza, si sarebbe, invece, impallata subito. Spremeva un succo denso e sciapo da filastrocca ibrida e balorda. Ma lui non se ne accorgeva, anzi. Era estasiato dalle stupide invenzioni che arzigogolava nella sua mente balzana e che, raccapriccio, purtroppo sottolineava con scoppi di ilarità, giustamente, peraltro, contenuta.

Se solo si fosse reso conto dei “nonsense” che buttava giù nei suoi testi, che non contenevano nulla di paradossale e niente di umoristico, si sarebbe tirato una scoppiettata nel cervello. Ma, invece di essere atterrito da quell’idea che era estranea alla sua sensibilità, continuava imperterrito a sproloquiare inondando pagine su pagine di quella melma informe che si spandeva con una densità peciosa, da “blob” televisivo.

Fra risatine represse e bofonchiare ilare,  ripetendo le battute, passava il tempo. Intanto, al di là dei vetri, il giorno trascolorava nel tramonto, la sera avanzava per rendere a sua volta il passo alla notte che incalzava. Un ciclo infinito! Ma lui era sicuro, fermo nelle sue tronfie convinzioni. Qualcuno si sarebbe accorto di cosa era capace di scrivere! Lo avrebbero osannato, premiato e, ultima ma non disprezzabile aspirazione, incrociando le dita per scaramanzia, qualche tallero si sarebbe visto.

A volte, di rado, lo sfiorava l’inquietudine: che forse non ce l’avrebbe fatta; che sarebbe stato tutto inutile; che non avrebbe potuto o saputo mai consegnare quelle scarpe che erano lì davanti, cioè quelle opere de suo intelletto. E dava di lima di raspa, ora usando la mezzotondo, ora la forette; e dai, a rifinire col bussetto sui margini e sui tacchi; a usar di lesina per i guardioli; a lavorar di trincetto e di colla; insomma, ad abbellire la sua creatura.

E dai e dai, qualcosa ne sarebbe uscita da fuori. Per lui era un capolavoro; di fine e di arguto come nessuno mai aveva lavorato. Un vero genio, un puro artista, dalla cultura enciclopedica, dalla documentazione inarrivabilmente meticolosa, dalla competenza polimorfica. Un nuovo Dante, Leonardo, Manzoni, Melville, Allan Poe, Kafka, Calvino Gadda Carver Stephen King…. Era un po’ confuso nelle sue aspirazioni, ma, si sa, quando si comincia ad aspirare si rischia di drogarsi di brutto. Lui era così: o tutto o nulla. E preferiva il nulla piuttosto che cedere sul riconoscimento delle sue innate capacità.
Doveva immolarsi per la gloria? Ebbene sia. Ai posteri l’ardua sentenza. Anche se gli doleva un po’ quella soluzione. Non avrebbe vista la fama arridergli. “Sursum corda…” – riprese coraggio.

La tiritera potrebbe continuare prendendo spunto dall’ultima citazione… , ma è bene stendere un velo pietoso e concludere, usandolo, invece (il velo intendo), per detergersi il naso, ingolfato dalle lacrime, giustificate, del lettore, mentre il nostro “autore” continua la battaglia fra i mulini a vento che gli girano intorno, instancabili, da tutte le parti, sulle ali della fantasia.

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