NEVE, NEVE!

Durante la notte sul villaggio era caduta abbondante la neve.

La vidi dal letto appena mi svegliai; sul davanzale si era posato un soffice cuscino bianco e anche il tetto della stalla ne era gonfio.

Mi vestii e discesi in fretta la scala di legno.

La cucina, come spesso accadeva, era avvolta nel fumo e Teta-Tonka china sul fuoco soffiava in una lunga canna di ferro.

Dal tubo l’aria usciva come da un mantice; i tizzoni si ravvivavano un attimo, sembravano ardere, ma appena la donna si ritraeva senza fiato, rossa in viso, leggermente ansimante, il fuoco languiva e un denso fumo si sprigionava.

Sprofondato nella poltrona del salotto il dottor Covacic, Gašpar Covacic , Gaspare per gli amici italiani, così ricordava, mentre aspirava dalla pipa per poi inanellare ampie volute di fumo bianco. La vecchia Tonka, ormai, non soffiava più sulla brace, a perdifiato, con buona pace dei suoi polmoni, mentre lui ne traeva tutta l’effimera goduria del momento, senza alcuna preoccupazione per gli effetti negativi del fumo che i menagramo continuavano a ricordargli. D’altronde, si consolava, aveva già percorso un buon pezzo di strada ed era in ottima salute.

Nella pipa, la brace si arroventava, gattonando da un lato all’altro del fornelletto a mano a mano che veniva investita dalla corrente d’aria incanalata su dal bocchino ad ogni aspirazione. Il trinciato del Dunhill, stipato nel piccolo braciere, lampeggiava prima di languire nuovamente, sotto la cenere che ricopriva  gli strati incombusti delle foglie di tabacco sminuzzate, acquattate all’interno della caldaietta. Il sapore dolciastro del tabacco, captato dalle papille gustative, impastava la bocca di Gaspare prima di trovare la via di uscita, in forma di nuvole lente e dense, esaurito il compito edonistico del gioco. Il gioco consisteva nell’emissione degli sbuffi bianchi che si sprigionavano con studiata calma, nella ricerca della perfezione delle misure del cerchio, dalle guance gonfie di fumo, disperdendosi nell’aria  prima di dissolversi contro il soffitto. Impregnavano del caratteristico, forte odore quel che incontravano lungo il percorso. La mussola della tenda  ne sapeva qualcosa, rassegnata nel vedere ormai compromessa la leggerezza del tessuto, nonché il biancore di un tempo, ormai incartapecorito in un giallo sporco più che avorio, condannato dall’esposizione ai nefasti effluvi che intossicavano l’ambiente.

Lo sguardo di Gaspare si avventurava al di là del tendaggio, attraverso i doppi cristalli della porta finestra, sulla veduta innevata, oberata dalla cappa cupa del cielo che gravava, in lontananza, schiacciando lo sky-line della metropoli, tenuta a bada dall’estensione del parco che intervallava i caseggiati. Dal decimo piano il piattume uniforme di quello spettacolo si stendeva desolatamente, riflettendosi nei suoi occhi egualmente grigi. I compositi casermoni della periferia bene, circondati da alberi rinsecchiti dal gelo, rabbrividivano per la vicinanza allo specchio d’acqua del laghetto posticcio voluto dall’emulatore di Le Nôtre che aveva progettato il complesso.

Si staccò dalla spalliera della bergère, vicina alla finestra. L’aveva voluta in quella posizione strategica per allietare la vista con il panorama della campagna verde, nella bella stagione, ma che,  in quel momento era desolatamente  ridotta a una poltiglia di terreno inzuppato dalla neve. Trasudava umidità da tutti i pori. E anche il suo malumore contribuiva a ingrigire la giornata. Si alzò per controllare il termostato del termosifone. Cominciava a sentire freddo e questo lo innervosiva. Non era più abituato alla temperatura delle sue montagne del Gorski Kotar. Gerovo era lontana e il fascino delle estese foreste fino alla cima del Viševica restava nella memoria come una bella cartolina. Pativa il freddo dell’appartamento che gli entrava nelle ossa. Iniziava a farsi sera. Guardò la pendola che aveva sistemato sulla parete di lato alla poltrona. Le tre del pomeriggio. Possibile? Ed era quasi buio?!

Giornataccia quella! Per fortuna non doveva uscire. In casa c’era di tutto. Aveva pensato dalla mattina, come una solerte formichina,  a completare la spesa provvedendo anche per buona parte della settimana a venire. Purtroppo la lontananza dai centri commerciali e la posizione isolata nella campagna del complesso non giocava a suo favore nei periodi di gelo intenso. È vero che era l’ideale per chi voleva un posto tranquillo, senza essere rincorsi dai rumori del traffico, dalle polveri  sottili e dai veleni degli scarichi urbani. Bastava lui a inquinare l’aria. Rise, sardonico, fra sé. Era consapevole che, in quel posto, parecchia gente, a vederlo arrivare, boccheggiava o si turava il naso a causa degli effluvi della pipa, in particolare quando andava a rilassarsi, seduto alla panchina affacciata sul laghetto. In primavera o in estate era piacevole sentirsi accarezzati dall’ombrello del platano gigante che si protendeva sul bordo rialzato del greto del bacino artificiale. Osservava i pesci che gironzolavano, appena sotto il pelo dell’acqua. Il loro boccheggiare in superficie, la sorpresa dell’improvviso “pluff” causato dai piccoli salti in apnea, fuori del loro elemento naturale, per ricadere quasi sul posto, erano il suo divertimento nelle giornate in cui non aveva da lavorare.

Non è che non ne avesse nulla da fare. Semplicemente non era più quello frenetico di una volta. Ora se la prendeva comoda. Conosciuto dai suoi affezionati lettori, gli bastava limitare la produzione ad un libro all’anno per non inflazionare troppo il mercato e per prolungare l’attesa degli “afficionados”, stuzzicando la loro curiosità. Così si garantiva il pane pianificando i prossimi quinquenni che gli rimanevano da vivere. Meglio non prendere obbligazioni per tempi più lunghi. La previsione quinquennale era dettata dal punto critico a cui era giunta la sua esistenza. Sessantacinque anni suonati consigliano di andare cauti; con judicio, raccomandava Don Ferrante  al cocchiere. Figure classiche gli facevano compagnia di tanto in tanto. Aveva finito gli studi in Italia quando suo padre morì mentre progettava qualcosa di meccanico in quella Terra che ricordava così bene.

La sua fanciullezza l’aveva vissuta in giro fra i monti della Croazia, ma non importava più a nessuno, ormai, neanche a lui. Quel che era diventato l’aveva costruito giorno dopo giorno ed era così lontano dai suoi inizi che la storia non macinava più. Ma è vero che più lontani sono i ricordi e più ti tornano indietro. La vecchia Tonka così burbera, ma sempre pronta a riscaldarti con una scodella di latte che dovevi sorbire completamente per non farla inquietare. E quando s’inquietava non era per niente auspicabile rimanere a tiro delle sue mani, dure come la pietra. Era abituata ai lavori pesanti sia nella cura della casa che della campagna. Seminava, arava e scapitozzava gli alberi come un uomo. I lineamenti erano induriti dalla vita di sacrifici che da tempo immemore era abituata a sopportare. Eppure non si lamentava mai. Diceva sempre: “Come vuole il Signore.” e accettava tutto. Purché non calpestassero la sua dignità. Ligia, devota, ma orgogliosa della sua moralità. Ah, quante verità ignorate al giorno d’oggi e ritenute credenze di tempi andati, irrecuperabili!  “O tempora o mores!” – dicevano i latini. E se lo dicevano loro voleva dire che i tempi non sono cambiati per nulla. Si ripetono ciclicamente, almeno nella loro sostanza.

Come c’era finito in quel ginepraio? Balzava dal classico palo in frasca senza rendersene conto. Stava inevitabilmente invecchiando! Un tempo non avrebbe acconsentito a tanto decadimento. Il rigore era stata la sua caratteristica. Ma, ora, le mollezze della vita l’avevano ridotto una melassa di ricordi. A che servono i ricordi? Ad addolcire il presente. Era una risposta; ma anche a disancorare un cristiano dalla realtà, a renderlo nostalgico. Così si sentiva lui. Insoddisfatto nella sua agiatezza.

Che guazzabuglio! Non si raccapezzava più. E che freddo faceva. Alzò la temperatura del termosifone. Non più di venti gradi! Le regole gli erano diventate insopportabili. Lui aveva freddo, ebbé? Che doveva fare, ghiacciare? Andò in camera da letto per prendere il plaid grigio in simil pelliccia e si ricordò della coperta scozzese che Tonka gli stendeva sulle spalle quando doveva studiare. E sì, non c’erano i termosifoni e il caminetto riscaldava da un lato solo. Si avvolse la copertina intorno alle spalle come faceva allora e passò nello studiolo. In verità non era piccolo ed era imbottito di librerie a parete che lo circondavano tenendolo prigioniero nelle lunghe ore in cui si fermava alla scrivania per elaborare i suoi lavori. Prese un libro a caso e tornò nel salotto, accomodandosi sulla poltrona. Fuori era buio e si vedeva solo qualche lampada del viale che rabbrividiva al gelo della notte. Aveva ripreso a nevicare. Accese il faretto sul lato della poltrone e spense ogni altra fonte luminosa intorno a lui e cominciò a leggere: “C’è un freddo straordinario, 18 gradi Celsius sotto zero, nevica, e nella lingua che non è più mia la neve è qanik, grossi cristalli quasi senza peso che cadono in grande quantità e coprono la terra con uno strato di bianco gelo polverizzato.”

Lanciò il libro contro i doppi vetri del finestrone panoramico davanti a lui e due minuti dopo era sotto le coperte che batteva i denti, rabbrividendo.

 

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