Il veltro

 

Le spalle al muretto a secco, il piede rialzato su di un masso nel comodo stivale “vierzon le chameau”, in cautchouc, serrato al polpaccio, imbiancato di polvere e intriso di fango e terra, mi sorprendo a ripensare a me stesso. La doppietta penzola dall’omero. Boccheggia, a canne aperte. Punta, inutile, verso il basso. Disarmando l’arma dalle calibro 12, a piombo 8 “dispersanti”, rimaste inesplose in canna, le ripongo nella cartucciera.

Il silenzio pervade l’aria, mentre il cielo declina in pervinca nella fresca ottobrata. Il compagno di battuta risalirà tra poco la strada sterrata, recuperato il Suv nel parcheggio a un paio di chilometri più avanti, in una piazzola ai margini del boschetto, prima che le colture dilaghino in spazi aperti. L’attendo.

I campi si protendono fino all’orizzonte in ondulati declivi. Dalle pieghe, nel tramonto, fuoriescono inquietanti ombre serali e, rapidamente, risalgono le dolci chine sonnolenti. Habitat perfetto del rossiccio roditore, abituato a dissimulare la sua presenza, al limite del bosco, negli anfratti più impensabili per poi banchettare allegramente fra le colture dintorno. La lepre, timido, tenace corridore delle campagne è l’invisibile divinità panica.

Una sigaretta mi s’incolla al labbro inferiore. Non fumo più, ormai. Mi piace, però, seguire ancora il rito della sigaretta al termine della caccia. Annusare l’odore del tabacco che proviene da quel rotolino di carta; lo trovo corroborante. Da decenni non ne accendo più uno. Mi tiene compagnia nei momenti di stasi, di rilassamento psicologico. E’ come l’ite-missa-est assolvente del prete dall’altare.

La cerco, l’amica, con le dita, sollevando la pattina della tasca sinistra, in alto sul petto della “cacciatora” verde scura, interrotta trasversalmente da una striscia rifrangente. Liù mi gironzola accanto. Leggera sulle anche alte, veleggia con eleganti saltelli, annusando e vigilando con gli scuri occhioni teneri e attenti di levriero.

Le orecchie, ripiegate leggermente su se stesse alle punte, spostate indietro ai lati del cranio che s’allunga sul muso stretto, ruotano intorno al proprio asse prima di fermarsi ritte; non hanno più nulla di importante da comunicare. Staccato il radar, si accuccia ai miei piedi con un sospiro cupo da bambino stanco, felice della giornata en plein air.

Di tanto in tanto solleva la testa verso me, scrutando le mie mosse. In attesa del muto ordine di ritorno a casa, ripassa i piccoli movimenti d’intorno, trasparente nel suo colore grigio pezzato. Un mucchietto d’ossa secche, pieno di muscoli allungati e di nervi scattanti nella corsa, ora incrocia le zampe anteriori, in riposo. La testa, tesa sul collo allungato, armoniosamente resta alta, come quella di una sfinge.

Prende il vento della sera; la lingua fuori dalle strette labbra, ansando, la punta arrotolata verso l’alto. Non perde d’occhio il sentiero, i campi e me, scrupolosa nella ricerca della preda, ostinata nello scoprire le tracce ad ipsilon, elegante e silenziosa nello stanare la lepre fuori dalla tana ben occultata nella macchia, per spingerla verso la radura: servita per l’ingaggio.

L’abitudine mi induce a vedere con gli occhi del mio amico a quattro zampe. Il suo corpo vibrante indica dov’è la lepre, nascosta nell’erba alta, all’ombra della vegetazione. Lo schizzo della selvaggina non mi sorprende più ormai. Tre guizzi zigzaganti in progressione retta per poi cambiare direzione o, addirittura, invertire la rotta, venendoti incontro, per dileguarsi con un salto nel fosso.

Cogliere il momento opportuno per premere il grilletto o graziare il veloce lagomorpha, è il problema; assimilare la psicologia della lepre braccata, la soluzione. La doppietta veleggia aprendosi leggera sulla traiettoria immaginata. Discosta dall’occhio, all’altezza di tiro, punta verso il basso. Dopo il primo zig, valuto con la coda dell’occhio la posizione che Liù assume spostandosi nello spazio. La mira anticipa le orecchie della vittima del rito venatorio. La frazione di un istante e l’obiettivo, istintivamente, è a fuoco. Non c’è tempo per chiudere l’occhio, curare che il mirino inquadri, perché è tutto il corpo sul mirino.

L’occhio, il dito che preme il grilletto, la mano che supporta la canna in una morsa leggera, saldamente prensile, la mente proiettata inquadrano il punto dell’ineludibile esplosione, mentre gli stivali che un istante prima scivolavano veloci dietro i due corridori, accaldati dalla sfida di intelligenza, inchiodano saldamente il corpo al suolo, opponendosi al rinculo della doppietta incuneata sulla spalla.

Il flash esaltante di energia vitale si trasforma in qualcosa di diverso. La vita è morte. Non avverto lo sparo, se non per la spinta notevole nell’incavo fra viso e spalla su cui alloggia il calcio della doppietta. Il proiettile è la mia mano che si protende a dismisura. La povera bestiola non ha tempo per infilare lo zag. Già rotola, rotta nella corsa dalla pallottola. Le due energie si assommano in un nuovo raggio vettore: due biglie si scontrano sul panno verde.

All’inizio non riuscivo a centrare tombalmente il bersaglio. Nella foga, lo ferivo soltanto. Solo il secondo colpo poneva fine alla guerra. A volte lo sbagliavo: schizzava impazzita, la povera bestiola. L’eccitazione m’impediva di capire il male di cui ero causa. Tutto sembrava naturale.

“Tal, se tal’hor la lepre al veltro  innanzi
Si stende al corso in ben’aperto campo,
Ch’ei corre ove correva ella pur dianzi,
Co’ piè l’un cerca preda, l’altra scampo”

Dafne e Apollo. La lepre e il levriero.

La febbre stemperava lenta col passare degli anni. L’euforia lasciava il campo al turbamento e, poi, a consapevole afflizione. Com’è possibile sparare ad un essere bellissimo che ha diritto di vivere come qualsiasi altro destinatario della grazia divina?

Fermo, ammiravo i due animali mentre correvano, tenacemente incollati l’uno all’altro. Posavo il fucile al piede aprendo le canne. La lepre spariva tra le ginestre e la lotta finiva. Liù tornava, guardandomi perplessa. Non capiva perché non avessi sparato. A suo modo mi rimproverava. Fissava gli occhioni nei miei che li sfuggivano. Girava il capo di lato interrogativamente, mi indirizzava sbuffi bassi di disapprovazione.

Io l’accarezzavo. La scuotevo sui muscoli ancora tesi dalla corsa. Le volevo bene più di prima e le parlavo dolcemente. Non si rendeva conto della metamorfosi che si stava operando in me, ma barattava volentieri il disappunto con le mie carezze. Lo sconcerto di Liù era motivato. Credetti, ad un certo punto, che il mio comportamento avrebbe potuto mortificare il suo naturale istinto venatorio.

Accettai, allora, di accompagnarmi ad un amico cacciatore. Lui sparava per primo. Intervenivo solo per il colpo di grazia, se ce ne fosse stato bisogno. Basta solo un colpo per giustiziare un innocente. Da raffinato boia, la mia attenuante è: “…tanto deve morire, meglio garantirgli un rapido, indolore trapasso”. A distanza di anni, la bravura del mio compagno evita sempre più l’effetto letale del mio intervento. Questo mi solleva, ma non mi assolve.

Così  arriva la sera per le mie scomode conclusioni!

“Hanc quoque Phoebus amat positaque in stipite dextra
sentit adhuc trepidare novo sub cortice pectus
conplexusque suis ramos ut membra lacertis
oscula dat ligno…”

“Febo l’ama anche così  e, posta la destra sul tronco, sente ancora, sotto quella, il trepido petto… e…ne bacia il legno…”. E poi… Non ricordo. La memoria non m’accompagna più!

L’aria frizzante dell’alba, il tepore del sole, l’umido della sera si tingono di infiniti ricordi; immagini si susseguono, pervadono la scena; volteggiano, felici, fagiani e beccacce. Fantastiche lepri corrono sul proscenio, le cosce forti; il corpo asciutto, le zampe anteriori allungate prendono il terreno per slanciarsi in esaltanti “échappé” per scomparire vertiginosamente dietro quinte di fratte.

Liù, si è  alzata, me ne accorgo con la coda dell’occhio, sensibile a ogni movimento. Aspetta l’ordine di salire a bordo, mentre il Suv borbotta accanto a noi a sportelli aperti. Il compagno carica i trofei del giorno.

Riposta con cura nel fodero la doppietta, zittita da molto, l’appoggio come una reliquia nell’apposita scanalatura sul lato del sedile posteriore, separata dalle cartucciere. Un cenno della testa a Liù, che mi osserva, e la dolce amica salta con eleganza all’interno del vano posteriore. Si accovaccia a ciambella. Goffamente mi arrampico al posto accanto al guidatore, lo sguardo avanti, perduto nel buio della campagna sopita. Liù si gira per avermi sotto osservazione, come sempre. China il capo fra le zampe con un nuovo brontolio di compiacimento. Lì resta.

I freddi fari allo xeno sciabolano l’aria, sobbalzando sui sassi, mentre le gomme mordono il terreno per raggiungere la strada asfaltata e consentire al motore di esprimere il massimo della sua potenza.

Per quanto tempo ancora mi si svelerà magicamente dinanzi quello scrigno, richiuso in ancestrali misteri? Il tachimetro scorre veloce, ora, sul grigio della strada asfaltata, teletrasportandomi velocemente in un altro mondo.

 

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