E 646 – Il Treno

 

Correva silenzioso nella notte.

L’emozione prendeva nel salire su un treno così lungo a quattordici anni, quando i viaggi non erano alla portata di tutti e molti non ne  sentivano la necessità.

L’espresso per Roma era pronto sul terzo binario alle 24,20, prima che le ore diventassero piccole. Il pantografo s’era sollevato silenziosamente in testa all’E646, modello innovativo anni ’60 rispetto all’E636 del periodo fascista ancora in uso agli inizi degli anni ’50 su quella tratta; aveva sprizzato mille scintille all’impatto con la rete dei fili elettrici sovrastanti che ballonzolavano, frenati dalla tensione che si stabiliva.

I passeggeri, più o meno silenziosi in quell’ora notturna, avevano dovuto arrampicati su per i tre scalini di accesso alle carrozze. Famiglie che tentavano il ricongiungimento con il capo famiglia che lavorava dall’altro capo dell’Italia. Molti  a Roma avrebbero proseguito, cambiando treno, per Genova, Siena, Firenze (Milano e Torino si raggiungevano, come ora, dalla litoranea adriatica, virando, poi, per Bologna. Il Veneto, allora, era ancora terra di emigrazione e poco appetibile). Sarebbero arrivati alla meta l’indomani nel pomeriggio, come previsto anche per il ragazzo che per la prima volta si trovava su quel treno per un mese di villeggiatura dai parenti nel senese. Certo molto meglio di mezzo secolo prima, quando lo stesso tragitto sarebbe stato coperto in più di ventiquattro ore. Il “notturno” aveva prezzi abbordabili. Più bassi dei diurni, ne determinavano la preferenza e il sacrificio valeva la candela, per chi non ne poteva comprare molte di candele.

S’era mosso lentamente, come un serpente sonnacchioso, la testa insonnolita dalle luci soffuse della stazione che, sbadigliando, riduceva l’illuminazione sulle banchine, accingendosi a chiudere per la notte. Era l’ultimo treno in partenza. Fino alle cinque del mattino si sarebbero susseguiti solo gli sporadici passaggi dei treni merci in transito con il loro passo stanco e affannato.

Il tempo di sistemare i bagagli nelle reticelle al di sopra dei posti a sedere, di accomodarsi nel sedile libero, naturalmente senza obbligo di prenotazione (pochi usufruivano di quel servizio, perché aveva un costo). Dopo circa venti minuti di tranquilla passeggiata, dondolando nella campagna piatta, il treno cominciava a prendere velocità. Qualcuno all’interno dei vagoni chiedeva il permesso di attenuare la luce, sempre che avesse ritenuto opportuno rivolgere la domanda ai compagni di viaggio secondo l’optional dettato dalla capacità raggiunta di educazione, gentilezza e sensibilità, altrimenti l’avrebbe fatto di sua iniziativa, trovando tutti silenziosamente consenzienti.

La levetta ruotava su “notturno”. Le lampade azzurrate illividivano l’ambiente delle carrozze, preparando i viaggiatori al riposo forzato. Lo scompartimento di prima classe era composto da sei poltrone in velluto, mentre in seconda otto poltroncine si stringevano nello stesso spazio, striminziti nel loro rivestimento in similpelle. Le carrozze di terza classe con i sedili in legno già da quasi dieci anni non esistevano più. La porta scorrevole scivolava a tagliola sui binari dell’infisso, silenziosa, grazie al feltrino che guarniva le estremità ad incastro, arrestandosi nell’accogliente montante cavo con il caratteristico “tump” di fine corsa.

Al giovane viaggiatore venne il mente un trenino a vapore di tutt’altro genere e di tanti anni prima. Era una lunga fila di carrelli che trasportavano grandi massi. Sì proprio enormi pietre. Un passaggio al mattino e l’altra verso mezzogiorno. Non aveva mai saputo se quel convoglio compisse lo stesso tragitto anche nel pomeriggio, perché non c’era mai stato lì, dopo le tredici, sulla spiaggia dello stabilimento balneare. “Eden” si chiamava. La famiglia lo portava  da bambino per i bagni di mare. Sorrise nel ricordo. Doveva avere quattro o cinque anni al massimo, ma poteva averne avuti anche meno.

Un fischio prolungato era il segnale. Il bagnino si precipitava, ovunque si trovasse, a spalancare il cancello dal lato da cui proveniva la vaporiera; poi ripercorreva tutta la spiaggia al di qua della battigia, sollevando grandi baffi di sabbia per aprire in tempo quello dal lato di uscita della primadonna dello spettacolo.

Ed ecco la “caffettiera”, in dialetto “la ciclatére”, rallentando, sfiatava all’ingresso della spiaggia emettendo dalle ruote nuvole di vapore bianco. Imponente, faceva il suo ingresso. Nera come il carbone, sfoggiava delle strisce rosse sulla livrea, lungo la  fiancata della caldaia e sul tender, al di sopra delle ruote. Proseguiva altera, come pavoneggiandosi fra i bagnanti, ma con cautela per evitare spiacevoli incidenti, muovendo  le mastodontiche ruote motrici legate alle altre, più piccine, dalla barra dello stantuffo. Sembrava indifferente ai ragazzini che le correvano dietro, richiamati dalle madri in apprensione per “il piccolo che si poteva fare male”. Seguivano i carri-merci scoperti, zeppi di materiali lapidei destinati a risarcire le banchine, come prevedeva il piano di ristrutturazione del nuovo porto, compromesso dagli eventi bellici del secondo conflitto mondiale che ne avevano cancellato lunghi tratti, specialmente dopo lo scoppio della Liberty Harvey, che seminò morti e invalidi fra la popolazione civile perché, si seppe trentanni dopo, conteneva iprite. La raggiunsero nell’affondamento diciotto delle quaranta navi alleate in rada, vittime del bombardamento tedesco.                                                                                                                Correva nella notte, unica forma animata nella indifferenza della campagna appisolata che, inquietante macchia scura, ostile all’apparenza, si propagava al di là del finestrino, mentre il lungo bruco di ferro la calpestava, ritmando il passo con le ruote sulla rotaia. Dalle due ampie vetrate dei finestrini di testa, i macchinisti controllavano il fascio dei fari che sciabolava lungo i binari, precedendo la corsa del treno.

A bordo, i passeggeri dormivano. Il capotreno era passato in fretta, pretendendo con cortese autorità i biglietti da obliterare, prima di chiudersi nell’ultimo scompartimento del vagone centrale, a metà treno.

Il dondolio si regolarizzava con la velocità uniforme raggiunta dall’E646. Il capo ciondolava sul poggiatesta igienico del sedile, che di igienico, ormai, non aveva più nulla per i notevoli ritardi nei tempi di lavaggio. Il treno saliva, ora, inerpicandosi sui contrafforti montuosi dell’Appennino e la motrice perdeva potenza.
Il dum dum regolare di prima si prolungava. Le asperità del percorso provocavano l’irregolarità nel giro delle ruote, tramutandosi in nel tipico duum,dumdruuum, ad ogni scarrocciare sul lato che si ripercuoteva nelle costole delle  scricchiolanti carrozze. Quasi si animavano, protestando in difesa della loro incolumità.

Il coro dei cigolii, lamentosi come il canto delle sirene, si susseguivano più o meno confusamente; si accavallavano, si rincorrevano, ripercuotendosi, anche se attutiti dalla piuttosto approssimativa insonorizzazione delle vetture, nelle orecchie addormentate e ovattate del viaggiatore dalla differenza di livello di altitudine, mano a mano che il treno s’arrampicava su per la salita.

In alto, sciami di puntini luminosi  vibravano. Sembravano attendere il passaggio del convoglio per inseguirlo fino alla prossima curva. S’affacciavano al finestrino dai paesini aggrappati alla cresta dei monti, quinte scure di contorno al serpentone di carrozze in movimento. Di tanto in tanto, la luce rossastra  di fioche lampade a incandescenza, rifratte dal bianco del piatto smaltato di una stazioncina di montagna, trapelava dalla tendina accostata dello scompartimento.  La lama scorreva sui visi dei passeggeri addormentati nel senso inverso di marcia del treno .

Sembrava che tutto facesse parte del copione. L’insieme del cullante dondolio, dell’attenuata illuminazione, della stanchezza nell’ora tarda e del calore dei corpi ridotti all’immobilità nello scompartimento sigillato, conciliavano il sonno. Predominava su tutti, il russare del passeggero imbucato nell’angolo, accanto al finestrino. Rispondevano, di tanto in tanto, altre variazioni sul tema.

Il respiro leggero della signorina, addormentata sul sedile vicino, invogliava il ragazzo a sognare. Non c’era stato né il tempo né il coraggio di conoscersi un po’, prima che l’illuminazione dello scompartimento fosse ridotta. Così poteva solo fantasticare su quello che avrebbe potuto essere e non era stato.

Il tempo passava aumentando il disagio  per la posizione limitata dalla condivisione dello spazio. Anchilosava i pochi passeggeri insonni, che non potevano muoversi per non disturbare gli altri dormienti. Sette, otto ore non è l’ideale per mantenere integre le ossa, così è gioco forza alzarsi a metà viaggio e uscire nel corridoio, un po’ per stirarsi, un po’ per andare in bagno.

Le lucette del corridoio si davano di gomito vedendo arrivare gli infreddoliti ospiti; salutavano quasi sarcastiche e sicuramente inospitali, rimarcando la differenza di temperatura con l’interno dello scompartimento. In fretta l’assonnato passeggero, con gli occhi gonfi di sonno, rabbrividendo, infilava il maglioncino da cui  si era liberato  per il caldo dello scompartimento, o recuperava la giacca dimenticata al gancio posto sul lato del sedile, stringendosela al petto prima d’indossarla.

La luna accarezzava leggera i vetri del  corridoio. Giocava, saltando da un finestrino all’altro, sbilenca, sul pavimento del corridoio, inseguendo il moto del treno. Qualcun altro s’affacciava nel corridoio spinto dallo stesso intento liberatorio dei compagni di viaggio. Si formava una piccola coda in attesa che si liberasse il bagno, gli occhi cisposi, i capelli arruffati, lo sguardo perduto sulla parete del corridoio, sul finestrino, sulla campagna che iniziava ad illividire. Nessuno parlava. Tutti aspettavano il proprio turno. Soddisfatti, alla spicciolata, rientravano al proprio posto, incespicando e chiedendo, nel modo meno rumoroso possibile, ma imbarazzato, scusa al vicino i cui piedi, alla radice delle gambe che si erano allungate per approfittare dell’assenza del dirimpettaio, ingombravano il calpestio. Il malcapitato si affrettava  a ritirarli, infastidito, grugnendo un impastato: “Nulla, nulla!”.

Ora il dondolio s’è fatto tranquillo, discendendo il versante della catena montuosa; le carrozze tacciono, incantate la musica delle ruote. Il cielo schiarisce, imbellettandosi appena di un livido madreperla. La stanchezza intorpidisce le membra, rendendole insensibili. Il giovane passeggero scivola nel sonno, cullato dai tenui scricchiolii. La coscienza sopita, invece, ha un suo modo di vegliare, facendo apparire irreale il mondo che, cellofanato,  si allontana.

Il viaggio prosegue; si fa tranquillo. La smania di scoprire quanto avviene fuori dal finestrino nella lunga parentesi notturna, ormai è dimenticata. La stanchezza ha il sopravvento.

Intanto, i passeggeri più mattinieri, che hanno dormito durante tutto il viaggio, cominciano a stiracchiarsi, ad alzarsi per prelevare qualcosa dalla valigia sulla rete portabagagli, a rimestare nelle loro borse, a prendere una mela, una banana. Poi, di nuovo silenzio. Il treno pattina sulle rotaie; osserva un rispettoso silenzio, quasi per non disturbare i dormienti. Un senso di calore sulla guancia lo infastidisce; si agita. Muove una mano intorpidita.

“Si avvisano i signori clienti che siamo in arrivo nella stazione di Roma Termini.” La voce di una hostess lo sveglia di soprassalto. Per fortuna la stazione è di testa: fine della corsa. Si stira nel modo più discreto possibile, dà un’occhiata fuori dal finestrino. Quel che resta delle mura Aureliane gli scorre di fianco. Costruzioni popolari e catapecchie più o meno abusive sfilano, in perenne e fatiscente consistenza, mostrando il fianco dolente della Capitale. Si alza nel corridoio moquettato della carrozza unica di prima classe. S’infila la giacca nell’ambiente surriscaldato dall’eccesso di condizionamento d’aria centralizzato. Con l’impermeabile sul braccio, preleva dal vano porta-oggetti la borsa con gli effetti personali, il Pc portatile e il fascicolo dei documenti, indispensabili allo scopo del viaggio.

Si sistema la cravatta e guarda dal finestrino, mentre l’ETR Freccia argento n.9358 raggiunge la banchina silenziosamente, posizionandosi nel punto previsto, prima di arrestarsi con un lieve sbuffo. Sibila, spalancando le porte al livello della banchina. In fila per uscire, guarda il Chrono al polso. Le 22,25; …dalle 18,17…, dunque cinque minuti di ritardo. Non importa, tanto dovrà andare a cena e poi a nanna. Domani, una giornataccia al Ministero!

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3 commenti

  1. wwayne ha detto:

    A proposito di anni 50, ti consiglio caldamente questo splendido film: https://wwayne.wordpress.com/2014/07/21/andare-controcorrente/. L’hai già visto?

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    1. Nuccioracconta ha detto:

      Devo averlo visto in epoche lontane e, inconsciamente, l’ho assimilato.

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      1. wwayne ha detto:

        E’ come ho scritto nel post: film come questo ti restano dentro per sempre. Grazie per la risposta! 🙂

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