ANNO DOMINI 1265

Pandolfo dominus in Labro, Manfredi imperante.

– Tristi anni, questi! – rimugina Pandolfo, seduto sulla panca, i pugni chiusi alle tempie, i gomiti contro il tavolaccio che poggia sui cavalletti della cucina, uno stanzone desolatamente lungo rispetto alla larghezza. Lo sguardo acuto percorre ogni pietra, accarezzando ogni sbalzo della parete. Al centro del rettangolo troneggia il grande focolare, riservato al pentolone per i bolliti dei giorni ordinari, pronto ad essere sostituito dalle grate degli arrosti per i pranzi di gala. Al di sopra, l’occhio cavo della cappa in rame, annerita dall’uso, incombe, collegandosi alla canna fumaria che si protende, srotolandosi come un serpente lungo la parete, verso il comignolo esterno, posto sulla distesa di tegole, protette dalle alte mura fortificate del castello a sette torri. Le arcate, nella notte della volta acuta, tramano la fitta intelaiatura di travi e travoni della dipendenza in pietra e malta, annessa al corpo centrale dell’abitazione del Signore.

Ai lati della cappa, altri due caminetti, poco profondi, s’incavano nelle pareti perimetrali. Le feritoie laterali, più alte rispetto al fornelletto predisposto per lo sfavillio della brace, assicurano il regolare tiraggio. Ristagnano, nel meriggio inoltrato, gli odori latenti dei vapori e del fumo che hanno aggredito le pareti tutta la mattina, impregnando la pietra, prima di trovare sfogo all’esterno in vapori azzurrini. Stagna, la fricassea di aromi intensi, provenienti dalla cottura della cacciagione di piccolo taglio, rosolata allo spiedo, odorosa di rosmarino e salvia, mentre il grasso colante irrora la carne, conferendole un sapore intenso. Si mescola anche l’acre sentore delle passate fritture succulenti di fresche trote, ingrassate con cura nel lago vicino. La stretta sorveglianza dagli armigeri-guardacaccia sbarra la strada a chiunque non sia del casato. Incrostano l’aria, tracce di appetitose salse, che hanno ribollito a fuoco basso nei calderoni, ora in riposo, boccheggianti, inoperosi, contro le pareti, impigliati  sui muri irti di grossi ganci. Il tutto si converte in uno stantio afrore.

In disparte, una pentola di coccio piena d’acqua sobbolle di continuo, sommessamente nelle litanie ante-vesprum, sulla brace che si dissimula, occhieggiando, sotto la coperta cinerina. Fioccano dalle strette finestre fasci luminosi di pallidi raggi di sole invernale al declino. Polverulenti luminescenze galleggiano, risalendo per poi ricadere con grazia sui grezzi, ampi ripiani dell’essenziale mobilio da cucina, martoriati da mille intarsi incautamente operati dalle lame e dalle punte degli attrezzi da cucina d’uso quotidiano, prima di scomparire sui riquadri di selce del pavimento. Robuste travi di castagno reggono la processione di capriate.  Mortase e tenoni s’inchiavardano in file serrate di catene e puntoni che costellano il cielo della stanza. Dove l’aria è più fresca, nell’angolo nord, più lontano dal fuoco, la penombra regna tutto il giorno. Lì, saldate con stretti legacci, incatenate, a seconda del peso, file di cacciagione ciondolano, rovesciando, lugubri, la testa verso il basso. Sezioni di parti di bestiame macellato, ben  distanziati tra loro, incombono nell’oscurità del soffitto e, silenziose, frollano.

Pandolfo rumina fra i preoccupazioni e del cacio. Affonda nervosamente il coltellaccio nella pancia di una forma lasciata per lui sul tavolaccio dalla fantesca. Torvamente la stanza gli si acquatta d’intorno, con tutte le suppellettili, al servizio del suo Signore. Non è facile vederlo in quel posto, frequentato più che altro dalla servitù, ma è pur vero essere quella l’anima della Casa. Una visione improvvisa, scaturita dagli angoli bui della stanza, lo incupisce. Distrae lo sguardo con stizza, volgendolo verso l’uscio che si apre sul cortile. Si leva in piedi di scatto; ha fretta di precipitarsi alla porta, il respiro corto, a prendere aria. L’aranceto e il meleto gli si aprono davanti, rassicurandolo con la loro devota promessa di abbondante raccolto.

Evita di allargare la mente ad altre congetture che non siano propiziatrici di bene augurante futuro. Avverte, nel difficile momento, il fastidio di essere consapevole che gigli, eliotropi, violette, narcisi, iris e gladioli continueranno a diffondere la loro bellezza, avvicendandosi nell’anno, indifferenti alle sorti umane. Il suo hortus conclusus continuerà ad allietare la gentile Dama, la consorte con cui condivide agi e onori, Domina del castello. A lui, invece l’onere di difendere il vessillo.

Pandolfo non ha tempo di soffermarsi oltre. In mala tempora, le armi prima di tutto per la sopravvivenza del casato! A due mani, afferra la spada posata sulla panca; la snuda  e con impeto si scaglia contro il fantoccio, posto a bersaglio nel cortile. L’incolpevole, indifesa, povera quintana, ferita, eviscera tutta la paglia che può contenere sotto l’inaspettato, devastante fendente.
Signori delle terre Berardesche dei Conti Marsi e di Rieti, ramo dei Duchi di Spoleto, discendenti dei Longobardi, nobili di Labro, dei Castelli di Terni, degli Arroni e degli Alfani di Rieti, è il casato! Lo stemma? L’aquila coronata e il pesce, simbolo del dominio sui laghi e sui fiumi ai Piè del Luco; proveniente a lui per discendenza, per riconoscenza e beneplacito di Ottone I, duca di Sassonia, re di Germania e Imperatore dei Romani, insieme all’investitura sui dodici castelli, su cui Labro ìmpera. Il Maschio possente con la torre più alta di tutti i paraggi si affaccia sul lago e, spavaldo, impone  le  merlature a coda di rondine. Il lago è ai suoi piedi: culla  della sua giovinezza, testimone muto dell’abilità del casato nella caccia e nella pesca. Gli duole abbandonarlo per la nuova missione a cui non può sottrarsi.

“Manfredi deve regnare, anche contro il Papato! Contro l’Angioino! Non è stato eletto senatore di Roma?” – rimugina, articolando così i suoi pensieri.
L’impegno di sangue con i  nobili d’Italia a difendere  Re Manfredi di Sicilia, il venosino, luogotenente imperiale di Federico II, nelle cui mani i suoi avi hanno giurato devota dedizione, assicurerà gloria e onore alla discendenza.

Fantasmi lo circondano, lo perseguitano, cercano di imprigionarlo. Il dubbio sulla sorte dell’impresa si insinua, lo sconcerta. Getta la spada che crolla con fragore sull’acciottolato. Rientra nella cucina, ammantata di tenebra. Va oltre, nell’attigua sala da pranzo, che gli pare ancora più desolata all’incerta luce di un candelabro a due torcioni, ritorti come la sua anima. Si ferma al lato dell’ampio camino, la mano poggiata alla mensola dell’architrave su cui campeggia lo stemma araldico. Il braccio sollevato sostiene il peso della fronte che s’incunea nell’avambraccio, pesante di mille presagi.

Ed ecco avverte un tramestio, uno scalpiccio insolito. Si volta verso la cucina dalla cui oscurità pare proviene il rumore. Aguzza la vista verso lo stanzone buio. Il crepitio del carbone sotto la cenere è diventato più fitto e i tizzoni si sono riaccesi. Dalle faville del focolare, nella penombra, esseri serpentiformi, corazzati di viscide squame si contorcono assumendo la grandezza di draghi. La brace del fornello s’infiamma e draghi con tre teste di lupi e di cani, dai corpacci squamosi, con ali gigantesche di pipistrello e arti anteriori a rostro d’aquila, vomitano fumo e fiamme, mentre grifoni a due teste e quarto posteriore di leone si librano in volo.

Ribaldi! La mano corre alla spada, ma il fodero è vuoto; ricorda di averla lasciata all’ingresso dell’hortus. Le bestie serpentiformi si spostano sulle corte zampe, aprono la bocca, vomitando alte fiamme, mentre i grifoni a due teste stridono alto. Dalle fauci sulfuree dei mostri prendono vita file di uomini in armi dalle facce rese vermiglie dal riflesso delle lingue di fuoco. Si precipitano disordinatamente nella cucina. Sembrano disorientati; poi s’accorgono della sua presenza nella stanza accanto e iniziano a sbertucciarlo, brandendo le armi. Lo irridono, lo sbeffeggiano, si fanno avanti guardinghi, circondandolo. Furioso, lui li respinge a calci e pugni, li tiene lontano per non cadere nelle loro mani.

È gioco forza! La larga daga è estratta; sguscia via, liberata dalla cappa di metallo che l’assicurava nel fodero di velluto, legato con le borchie alla coscia sinistra. Il Signore vibra colpi a più non posso; incrocia le alabarde che cercano d’infilzarlo, ma alla corta distanza lui ha il sopravvento. La massa disordinata indietreggia sotto l’effetto dei fendenti in rapida successione. Dalle ferite sprizza il sangue sui muri, sui vestiti. S’accorge, Pandolfo che le ferite inferte provocano l’ilarità dei colpiti. Scrolla l’alabarda dalle mani di un ceffo e, rapido, gli recide la testa. E poi un’altra, un’altra e un’altra ancora. Ma i corpi decapitati crollano per poi rialzarsi, in linea per la battaglia, mentre teste, mani e arti tranciati, ma ancora vitali, lo assediano, muovendosi come possono, articolandosi paurosamente, moltiplicandosi ad ogni taglio. Mani che corrono sulle dita, femori e tibie che procedono divaricandosi al ginocchio, mandibole che muovono crani come fossero gambe.

Terrorizzato, si sbraccia a colpire di punta e di taglio; impallidisce. Quei corpi non sono più soldati in armi, ma scheletri, teschi, falangi che gli si agitano sotto i suoi occhi, putride parti anatomiche senza senso. S’alza un sabba infernale; invitati al banchetto sono diavoli e streghe che giungono volando su panche, scope e uccellacci del malaugurio. Le arpie, lo macchiano delle loro deiezioni, ghignando beffarde. “Che maledizione è mai questa?” grida, atterrito, Pandolfo. Gli gira la testa, mentre sente venire meno le forze. Stringe i pugni e chiude gli occhi. In quell’istante la bolgia lentamente si allontana, si sposta altrove, richiamata da altre battaglie, soddisfatta di averlo terrorizzato. Fra risa e lazzi i partecipanti, scheletri, resti umani, dannati, fra stridori di denti e scricchiolii d’ossa, seguono i cachinni di streghe e diavoli che li precedono, scomparendo nel vano buio della cucina. D’improvviso è quiete.

Pandolfo è lì, fermo contro la mensola del vuoto camino, gli occhi perduti nel buio che i candelotti di sego non riescono a dileguare. Il sudore freddo gli imperla la fronte. I suoi uomini si stanno preparando alla partenza, salutando mogli e figli; le madri li benediranno, stringendoli accanto al focolare. Nessuno è testimone del sabba a cui ha assistito il Signore dei dodici castelli. Al sorgere del sole, prima di partire per l’impresa, salirà sulla torre che s’erge, sovrastando le mura del castello, a guardia delle sue terre, per spaziare nel cuore verde dell’italica penisola. All’inferno il malaugurio! Viva l’Imperatore!

Ai lati, sui piedritti, due bassorilievi l’assistono muti: a sinistra il fodero, a destra la spada sguainata. L’indomani teste, braccia, corpi e gambe voleranno, grondando sangue! E lui continuerà a governare sul circondario per assicurare ai discendenti la possibilità di salire anche loro su quella torre ad ammirare i possedimenti, ricchi di terra fertile e di acque limpide, e onorare, così, la potenza degli avi.

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