SVETLAN RADI

Un desiderio improvviso mi assale. Saltare nell’acqua dall’alto del ponte.

Volare così; dolcemente planare.  Allargo le braccia, mentre la cappa si stende, prende il vento fra braccia e corpo, come la pelle dello scoiattolo volante che ha visto quand’ero ragazzo nelle foreste del Paese dove sono nato. Plano, col patagio aperto, sul pelo del fiume che scorre, indifferente, fra le gambe del ponte. Tre arcate, cieche di notte; cupi rimbrotti sulle pile rastremate. Litania continua, senza che nessuno l’ascolti. Con malumore, per partito preso, vorrei gridare all’acqua: “Fermati, non correre sempre!”.

Ma la corrente non può udirmi e continua, mormorando la sua giaculatoria, mulinando, rastremando i piloni del ponte. Nebulosa di gocce d’acqua si solleva da quel moto continuo. Gocce uguali per formula chimica, eppure differenti l’una dall’altra. Come tutto quel che è simile diventa difforme sulla faccia di questo mondo. Una sezione; un’ansa del fiume; un segmento di cerchio. E quel buio pesto che deforma tutto.

I lampioni del lungo-fiume traballano nel mobile specchio, liquido, pecioso. Striati riverberi lumeggiano, di tanto in tanto, sulla coltre nera. Si ottunde la mente, a guardare a lungo. Ritmiche ondulazioni invitano a penetrare il segreto che nascondono; gli occhi vacillano nel continuo, alternante, monotono movimento. Sinfonia di rumori sommessi.

Un’anatra, a pelo d’acqua, per un attimo è illuminata del cono di luce del fanale sul ponte. Appare immobile, mentre, invece, scalcia freneticamente sotto la superficie per restare immobile in quel punto che più le aggrada; palma contro corrente, perfettamente fissa. Apparenza e realtà si scontrano in quel semibuio senza fine.

Inglobarmi, sarebbe il desiderio, in quel mondo bugiardo, apparentemente cristallizzato, verminoso, invece, di vitalità. Ma anche lì non mi  è dato di sentirmi realizzato. Di essere qualcuno. Ora non fatico più a essere un “nessuno”; all’inizio sì, poi ci si abitua. Pietre immobili su di un mobile scenario indifferente.

Le macchine, rade, attraversano il ponte sulla carreggiata alle spalle. Non mi riguardano, perché sono io che non c’entro per nulla con la loro mobile futilità. Non ho mai guidato, se non un cavallo. Né ho mai sentito il desiderio di farlo o, forse, non ne ho avuto l’opportunità. L’umidità sbreccia i muri macerati dal muschio: alterni riquadri di luci fioche, in lontananza, di qua e di là del fiume, squadrano le orbite scure delle finestre.

Le fioriere sulle spallette del ponte sono secche di terra aggrumata. Il ribollio della corrente sprofonda  nell’ora tarda. Una pantera della polizia rallenta, si ferma. Sbadiglia mentre scruta la notte. I minuti passano indifferenti, poi la radio di bordo gracchia. L’auto fila  via verso l’estremità del ponte; gira veloce verso la sua meta, guidata da quelle voci che continuano a gracchiare, fino a scomparire, perduta nell’oscurità.

La bretella della custodia in compensato stride sulla spalla. Le uniche parole che mi sono rimaste sono chiuse in quel contenitore. Note tramano la mente; ne alleviano la condizione. Il freddo si appiccica addosso, gela le mani. Le articolazioni, anchilosate come sono ora, non sarebbero in grado di premere le corde che, rauche, stonerebbero, attanagliate dal freddo. Attore/spettatore mi sorprendo  ad ascoltare fantasie musicali provenienti dal mio strumento.

Mi vedo mentre suono sul crocevia, all’angolo del corso principale; la poca gente passa in fretta, senza fermarsi. Un  cicaleccio confuso mi assorda,  mentre gratto sul mio “stradivari”. Non importa che non m’ascolti nessuno. Non importa neanche a lui che qualcuno stia fermo ad ascoltarlo.

Tintinna, di tanto in tanto,  una rada monetina, uno spicciolo, nella custodia aperta. Mi basta per raggranellare la giornata. Giusto l’indispensabile per un pasto nella trattoria più distante dal centro, lì dove costa meno congiungere il pranzo con la cena. Però, che calduccio, mentre aspetto quel boccone! Mi sembra una cucina da re. Attendo l’unica pietanza che è possibile ordinare per le mie disponibilità, mentre viene meno anche il bicchiere di vino  per il companatico. Il violino sulla sedia di fronte, nella custodia,  è l’unico interlocutore e amico devoto; lo guardo di sottecchi, mentre riposa, la testa inclinata sullo schienale della seggiola.  Intanto che arrivi il piatto fumante che già pregusto, le mani e il viso riprendono il colorito, irrorati dal calore dell’ambiente. Va meglio man mano che il cibo scompare nello stomaco. Mi prende una gioia inesprimibile. Sono in pace con me stesso.

È poi che verranno i problemi! Specie in quella stagione; avvolto in un cartone nell’angolo più isolato e scuro possibile, dove è difficile che le mie costole possano essere risvegliate dalla punta della scarpa di un tutore dell’ordine o da chiunque gli balzi in mente di andarmi a stuzzicare. Sorridere a chi mi grida dietro, invitandomi a cambiare aria; è d’abitudine, ormai. Figura da idiota incallito! Non importa.

Suonare, sì! Avrei voluto imparare come quelli che hanno studiato. Io no! Quella dote mi è stata trasmessa in retaggio dai miei avi nel villaggio composto da carri lunghi e piatti, capaci, ormai, d’attraversare solo la mia memoria. Quanto tempo prima? Troppo ne è passato. Non ricordo neanche la mia lingua. Ora so dire solo: “Grazie”.

Suonare lì, al centro del fiume, per me stesso! Non m’importa che qualcuno mi possa sentire, anzi, contento che non ci sia nessuno. Al centro della corrente, lì,  che accompagno il fiume col moto continuo delle corde del violino. Io e il mio archetto, il mio strumento, la mia farfalla che apre e chiude le ali, ben salda nelle mani. La vita è tutta lì! Nel  battito di una farfalla. Posso affermare orgogliosamente di avere un amico fedele. Lo strumento della mia sopravvivenza. Sono grato a quel pezzo di legno secco.

E anche lui, lo strumento, non dubito che sia contento della mia compagnia; ne è felice. Stretto al petto quando dormo sul marciapiede, su qualche panchina, dietro l’angolo di una casa diroccata. Ci riscaldiamo l’un l’altro. Fino al mattino, gelido più della notte, asfissiati dalla nebbia che si leva dal fiume e che nasconde ogni metro di verde, ogni filo d’erba, rendendo tutto egualmente grigio.

Qualcuno mi ha detto che gli aborigeni, dall’altra parte del mondo, dormono sugli alberi come animali selvatici, rallentando il metabolismo fino a cadere in catalessi, per poi risvegliarsi lentamente al mattino. Così faccio io d’abitudine, ormai, quando non devo fare in fretta a sbaraccare tutto prima dell’alba, altrimenti m’accalappiano e mi portano in questura per il riconoscimento. Un foglio di via non me lo leva nessuno, anche se non ho mai fatto niente di male.

Qualcosa, però, mi rimorde. Avverto, in fondo all’animo, di avere una colpa. Ho rotto l’equilibrio di chi non sopporta di vedere per strada le mie miserie. Sì, ma sono fiero della libertà raggiunta. Mi vogliono chiudere, incatenare, spedire più lontano possibile dalle loro coscienze. “Hanno ragione!” penso, anche se mi fa male.

Non ce l’ho con loro. Comprendo la mia “inutilità”. So di essere di cattivo esempio per chi, invece, il lavoro ce l’ha; di provocare diffidenza, addirittura nausea in chi è abituato a vivere in case fatte di muri, bomboniere riscaldate dal termosifone; in chi dorme tutte le notti nel proprio letto.  So di risultare, insomma, “di cattivo gusto”. Li capisco, ma non li invidio.

Nella bella stagione tutto è più facile. A volte, dei giovani mi invitano alle loro feste all’aperto, accettandomi così come sono. Ho partecipato ad una rappresentazione di una compagnia amatoriale, naturalmente senza nessun compenso, date le ristrettezze economiche del gruppo teatrale, e per un pubblico non pagante, solo per il gusto di farlo. Ho accettato, sfoggiando il miglior repertorio musicale che mi era possibile ricordare. Vibrati e grappoli di note, ora struggenti ora allegre, come l’animo del popolo “Roman”.

Farfalle, intanto, cominciano a volteggiarmi intorno.  Mi sembra quasi primavera? Come passa il tempo senza che ce ne accorgiamo.

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Immobile, quasi senza fiato, Svetlan Radi è appoggiato alla spalletta del ponte.

A bianche falde, la neve  danza davanti agli occhi chiuso del girovago, mentre il sipario di un rosso cupo s’apre sull’ultima scena. Gelida notte! Strano per lui abituato a dormire all’addiaccio: Viskyar, il massiccio della Stara-planina, Svoge, Svidnya. In un lampo rammenta il viaggio per l’Europa: le belle giornate di sole e di musica, di verde e di fiori, di cieli aperti e di silenzi. Città vorticano davanti agli occhi chiusi. Per lui sono tutte uguali: scatole di mattoni che serrano l’animo degli uomini, disabituati a capire la bellezza della natura, il sole, la pioggia e la neve, così, come Dio li manda. Come fa lui; come fanno i Roma, appunto. Giovane, baffoni neri, capelli lunghi suona per  “léhki  čkej”, la sua ragazza. Il suono è pizzicato con le dita o con l’archetto sulle corde. Un torpore beato lo invade.

Il susseguirsi dei vibrati gli invade la mente. Una  nenia ha il sopravvento. Non è del suo strumento! Viene da molto lontano. Ascolta incantato, da intenditore. Una melodia nota; che ha già sentito. Quando? Molto tempo fa. Forse l’ha solo intuita. Prima si sente inquieto, poi vi si abbandona. Pace infinita,  benessere, di tranquillità, sono gli stadi che lo pervadono. Il suono familiare lo culla. Il violino sotto il mento s’incolla all’orecchio.

E subito la musica inghiotte il buio che si squarcia d’intorno. Il falò  arde al centro dei Roma seduti intorno. Bracieri  riscaldano l’aria. Miriadi di scintille si riversano,  scoppiettando, nel cielo che da qualche parte deve essere, lassù, nell’oscurità, al disopra delle  teste.

Le percussioni battono. Le donne, nei costumi tradizionali con maniche ampie e corpetti stretti sul seno, le gonne a campana, si gettano nella danza come faville che si separano dal ciocco che brucia. Gridolini di bambini e risa d’uomini si levano. Vorticano le danzatrici, i violini impazziscono, i tamburi rullano assordanti. La musica diventa frenetica. Un colpo di tamburo, assordante, s’impone. Silenzio. È finito!

Falde bianche accarezzano i  capelli che s’arricciano, ondulati, avventurandosi fuori della larga tesa del cappello, il capo reclinato in avanti sul parapetto del ponte. Ravvivano il biancore che già di suo incanutisce i capelli. La tozza figura è un pupazzo di neve, mentre l’oscurità fugge dalla sagoma massiccia del palazzo seicentesco sulla sponda del ponte. Illividiscono le grandi vetrate nel chiarore malato dell’alba. Lentamente, due fari tornano ad accostarsi al fagotto riverso sulla spalletta. Due agenti, dalla macchina, osservano l’assenza di movimenti nel deserto bianco. Il poliziotto seduto accanto all’autista scende a verificare la situazione, lasciando lo sportello aperto. È la routine. Si avvicina all’immagine sbiadita. Accosta due dita al collo, a sinistra della testa.  Poi scuote la testa.

“Chiama il 118!”. La solita procedura stavolta per Svetlan Radi, anni 75, di etnia Rom, senza fissa dimora. È l’ultima per lui.

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