SVETLAN RADI

Un desiderio improvviso l’assale. Saltare nell’acqua dall’alto del ponte. Volare così; dolcemente planare.  Allarga le braccia, mentre la cappa si stende, prende il vento fra braccia e corpo, come la pelle dello scoiattolo volante che ha visto quand’ero ragazzo nelle foreste del Paese dove è nato. Il patagio aperto,  plana sul pelo del fiume che scorre, indifferente, fra le gambe del ponte. Tre arcate, cieche di notte; cupi rimbrotti dalle pile rastremate. Litania continua, senza che nessuno presti attenzione. Con acredine, vorrebbe gridare all’acqua: “Fermati! Dove corri?”.

Tumultuosa, la corrente continua  nella sua giaculatoria. Mulina, morde i piloni del ponte. Nebulose gocce d’acqua si sollevano dallo scontro. Gocce uguali in formula chimica, eppure differenti per dimensioni. Tutto quel che è simile, è difforme sulla faccia di questo mondo. Una sezione; un’ansa del fiume; un segmento di cerchio. E quel buio pesto che deforma tutto.

I lampioni del lungo-fiume traballano nel mobile specchio, liquido pecioso. Striati riverberi lumeggiano, di tanto in tanto, sulla coltre nera. Si ottunde la mente, a guardare a lungo. Ritmiche ondulazioni invitano a penetrare il segreto che nascondono; gli occhi vacillano nel continuo, alternante, monotono movimento. Sinfonia di rumori sommessi.

Un’anatra, a pelo d’acqua, per un attimo è illuminata dal cono di luce del fanale sul ponte. Appare immobile, mentre, invece, scalcia freneticamente sotto la superficie. Così resta immobile nel punto che più le aggrada; palma contro corrente, perfettamente fissa. La realtà si scontra con l’apparenza nel semibuio senza fine.

Essere inglobato da quel mondo bugiardo che sembra cristallizzato; verminoso, invece, di vitalità. Ma anche lì è respinto ai margini. Si sente soddisfatto. Non fatica più ad essere un “nessuno”; all’inizio è difficile, poi ci si abitua. Pietre immobili di un mobile scenario indifferente.

Le macchine, rade, attraversano il ponte sulla carreggiata. Non lo guardano. È lui che non c’entra nulla con la loro mobile futilità. Non ha mai guidato un’automobile, solo un cavallo, molto tempo fa. Né ha mai provato il desiderio di mettersi alla guida o, forse, non ne ha avuto la possibilità. L’umidità sbreccia i muri macerati dal muschio e penetra nelle ossa. Alterni riquadri dondolano fiochi, in lontananza, sulle sponde del fiume, sgranando le orbite scure delle finestre.

Le fioriere sulle spallette del ponte rinsecchiscono di terra aggrumata. Il ribollio della corrente sprofonda  nell’ora tarda. La pantera della polizia rallenta, si ferma. Sbadiglia mentre scruta la notte. I minuti scorrono indifferenti; la radio di bordo gracchia. L’auto fila  via, verso l’estremità del ponte; gira veloce in cerca della sua meta, seguita da quelle voci che continuano a gracchiare, fino a perdersi nell’oscurità.

La bretella della custodia in compensato scava la spalla. Le uniche parole rimaste sono chiuse in quel contenitore. Note tramano la mente; ne alleviano la condizione. Il freddo si appiccica addosso, gela le mani. Le articolazioni, anchilosate, non sono in grado di premere le corde che, rauche, stonerebbero, arrochite dal freddo. Attore/spettatore ascolta fantastiche sonate provenienti dal magico violino.

Di solito suona al crocevia, all’angolo del corso principale; poca gente passa in fretta, senza fermarsi. Un  cicaleccio confuso assorda,  mentre gratta sul suo “stradivari”. Non importa che non l’ascolti nessuno. Non importa neanche a lui che qualcuno si soffermi ad ascoltarlo.

Tintinna, ogni tanto,  una rada monetina; uno spicciolo s’imbuca nella custodia aperta. Basta a raggranellare la giornata. Indispensabile per un pasto nella bettola più distante dal centro, lì dove costa meno coniungare il pranzo con la cena. Che calduccio, mentre aspetta quel boccone! Sembra una cucina da re. Attende l’unica pietanza che è possibile ordinare per le scarse disponibilità, mentre viene meno il bicchiere di vino  per companatico. Il violino poggiato sulla sedia di fronte, nella custodia, è l’unico interlocutore e amico devoto. Lo guarda di sottecchi, mentre riposa, la testa inclinata sullo schienale della seggiola.  Intanto che arrivi il piatto fumante che già pregusta, le mani e il viso riprendono il colorito, nell’ambiente caldo. Va meglio man mano che il cibo scompare nello stomaco. Lo prende una gioia irresistibile, in pace con me stesso.

È poi che saranno guai! Specie in quella stagione; avvolto in un cartone in un angolo isolato e scuro, dove è  più difficile che le costole possano essere risvegliate dalla punta della scarpa di un tutore dell’ordine o da chiunque gli balzi in mente di andarlo a stuzzicare. Sorride come un ebete a chi gli grida dietro, invitandolo a cambiare aria; è d’abitudine, ormai. Figura da idiota incallito! Non importa. Suonare, sì!, gli interessa ancora Sapere suonare come quelli che hanno studiato. Lui no! Era naturale imparare dai vecchi della tribù.  Bambino era anche lui nel villaggio formato dai carri lunghi e piatti ridotti, ormai, ad attraversare solo la sua memoria. Quanto tempo è trascorso? Troppo !. Non ricorda più neanche la sua lingua d’origine. Ora sa solo dire: “Grazie”.

Suonare lì, al centro del fiume! Che idea! Non importa che qualcuno possa sentirlo. Anzi, preferirebbe che non ci fosse nessuno. Al centro della corrente, lì…  Accompagnare il rumore del fiume col moto continuo. Le corde del violino vibrano. Lui e l’archetto, il suo strumento, la farfalla che apre e chiude le ali, ben salda nelle mani. La vita è tutta lì! Nel  battito di una farfalla. È orgoglioso di quell’amico fedele. Lo strumento della sua sopravvivenza. È grato a quel pezzo di legno secco. E anche lui, lo strumento, sembra contento della sua compagnia. Stretto al petto quando dorme sul marciapiede, su qualche panchina, dietro l’angolo di una casa diroccata. Si tengono caldi l’un l’altro. Fino al mattino… gelido più della notte… asfissiati dalla nebbia che si leva dal fiume e che nasconde ogni metro di verde, ogni filo d’erba, eguagliando tutto in grigio.

Gli aborigeni dall’altra parte del mondo dormono sugli alberi come gli animali selvatici, rallentando il metabolismo fino a cadere in catalessi, per poi risvegliarsi lentamente al mattino. Così fa lui, ormai. A volte, invece, deve sbaraccare  in fretta prima dell’alba, altrimenti l’accalappiano e lo portano in questura per il riconoscimento. Un foglio di via non glielo leva nessuno, anche se non fa niente di male. Un senso di colpa ce l’ha. Ha rotto l’equilibrio di chi non sopporta l’ostentazione per strada della miseria. Lui è fiero della libertà raggiunta. Lo vogliono chiudere, incatenare, spedire più lontano possibile dalle loro coscienze. “Hanno ragione!” è convinto, anche se gli fa male.

Non prova livore. Comprenda la sua “inutilità”. Si rende conto del cattivo esempio per chi, invece, il lavoro ce l’ha. Provoca diffidenza, addirittura nausea in chi è abituato a vivere in case fatte di muri, bomboniere riscaldate dal termosifone; in chi dorme tutte le notti nel proprio letto.  È, insomma, “di cattivo gusto”.  Ma non li invidia.

Nella bella stagione tutto è più facile. Una volta dei giovani lo invitavano alle loro feste all’aperto, accettandolo così com’è. Ha partecipato anche ad una rappresentazione di una compagnia amatoriale, senza nessun compenso è ovvio, date le ristrettezze economiche del gruppo teatrale, solo per lo sfizio di farlo. Ha sfoggiato il miglior repertorio di musiche che ricordava. Vibrati, grappoli di note ora struggenti ora allegre, come l’animo del suo popolo.

Farfalle, intanto, gli volteggiano intorno.  È primavera? Come passa il tempo senza  accorgersene. Immobile, quasi senza fiato, Svetlan Radi è appoggiato sulla spalletta del ponte.

A bianche falde, la neve  danza davanti agli occhi chiusi del girovago, mentre il sipario di un rosso cupo s’apre sull’ultima scena. Che gelo! Strano per lui abituato alle notti all’addiaccio: Viskyar, il massiccio della Stara-planina, Svoge, Svidnya. In viaggio per l’Europa, ricorda le belle giornate di sole e di musica, di verde e di fiori, di cieli aperti e di silenzi. Città ne ha viste molte, ma per lui erano tutte uguali: scatole di mattoni che imprigionano l’animo degli uomini, disabituati a capire la bellezza della natura, il sole, la pioggia e la neve, così, come Dio li manda. Come fa lui, come fanno i Roma, appunto. Giovane, baffoni neri, capelli lunghi suona per  “léhki  čkej”, la sua ragazza. Il suono è pizzicato con le dita o con l’archetto sulle corde. Un torpore beato lo invade.

Il susseguirsi dei vibrati gli invade la mente. Una  nenia ha il sopravvento. Non è del suo strumento! Viene da molto lontano. Ascolta, da intenditore. Un canto, pare, che ha già sentito. Quando? Molto tempo fa. Forse l’ha solo intuito. Prima inquieto, poi vi si abbandona. Una pace infinita, uno stato di benessere, di tranquillità lo pervade. È un suono familiare. Appoggia il violino sotto il mento, incollato all’orecchio. Il suono inghiotte il buio d’intorno. Il falò che arde al centro dei Roma seduti intorno. Bracieri  riscaldano l’aria. Riversano miriadi di scintille scoppiettanti nel cielo che da qualche parte deve essere, lassù, nell’oscurità, al disopra delle loro teste. Le percussioni battono. Le donne, nei costumi tradizionali con maniche ampie e corpetti stretti sul seno, le gonne a campana, si gettano nella danza come faville che si separano dal ciocco che brucia. Gridolini di bambini e risa d’uomini si levano. Vorticano le danzatrici, i violini impazziscono, i tamburi rullano assordanti. La musica diventa frenetica. Un colpo di tamburo, assordante, s’impone. Silenzio. È finito!

Falde bianche accarezzano i  capelli che s’arricciano, ondulati, avventurandosi fuori della larga tesa del cappello, il capo reclinato in avanti sul parapetto del ponte. Ravvivano il biancore che già di suo incanutisce i capelli. La tozza figura è un pupazzo di neve, mentre l’oscurità fugge dalla sagoma massiccia del palazzo seicentesco sulla sponda del fiume. Illividiscono le grandi vetrate nel chiarore malato dell’alba. Lentamente, due fari tornano ad accostarsi al fagotto riverso sulla spalletta. Due agenti, dalla macchina, osservano l’assenza di movimenti nel deserto bianco. Per routine, il poliziotto seduto accanto all’autista scende a verificare la situazione, lasciando lo sportello aperto. Si avvicina all’immagine sbiadita. Accosta due dita al collo, a sinistra della testa.  Poi scuote la testa.

“Chiama il 118!”. La solita procedura. Per Svetlan Radi, anni 75, di etnia Rom, senza fissa dimora è l’ultima per lui.

 

 

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