Il coccio

Un coccio di creta, in controluce, era l’unica visione che l’occhio, abbagliato, riusciva a selezionare. All’ombra del ginepro coccolone, lo smalto giallo-ocra del collo dell’orcio risaltava sulla panciuta, ruvida protuberanza di terracotta lasciata grezza. Poggiava di sghembo fra due pietre aguzze che lo sostenevano, ritto in piedi, con l’unico occhio rivolto verso il cielo. Il terreno disseccato al di là della protezione del basso ombrello oppresso dalla calura, diventava polvere, mentre, intorno, il sole di mezzogiorno si accaniva sull’argilla spaccata in mille cretti. 
L’immagine si stagliava con il suo colore vivace sullo scuro contrasto con l’intrico vegetale della chioma del ginepro, unico rifugio dalla calura sulla dorsale nuda della collina. 
Il collo allungato della brocca, esile garante della frescura preservata al suo interno, si slanciava, appoggiando i due bracci dei manici al ventre gravido d’acqua. Sembrava invitare: “Bevi!”. Lo stretto cannello avrebbe soddisfatto la rinsecchita gola, se il vecchio ne avesse avuto il tempo senza l’incontro che il destino gli aveva riservato.                         

S’era alzato all’alba, quella mattina, come sempre nei giorni feriali. 
Le livide, evanescenti dita dell’alba graffiavano il buio della notte, appena aveva aperto gli occhi. Si era tirato su a fatica, il pensiero fisso al lavoro che l’attendeva. Dopo avere sciacquata la faccia nel lavandino della piccola stanza adattata a bagno, sul ballatoio esterno alla camera da letto (opera sua, come tutto in quella casa con cortile ai limiti del borgo), con movimenti silenziosi e rapidi s’era infilata la camicia di cotone grezzo a piccoli riquadri blu  e strisce rosse, di uno sbiadito eccessivo sia per l’uso che per i conseguenti frequenti lavaggi. La salopette di tela grezza doppia, di uno scuro che ormai non avrebbe più visto il conforto d’una radicale sanificazione, lo aspettava, irrigidita  a un chiodo, appesa per le bretelle. Saltò dentro e…ziiip, la cerniera della chiusura lampo affettò l’aria.                                                              

Due rampe di scale portavano al garage, sul retro del casolare, lontano dalla camera da letto dove stava  per alzarsi la fattrice che aveva sposato cinquanta anni prima. Compito suo era mungere Bianchina e cantilenare il solito: “Pipipipipì, pipipipipipì…!”, mentre spargeva nell’aia il becchime per le galline, prima di rigovernare la casa. Si strinse il fazzoletto al collo, a protezione dalla frescura notturna.

Il rosa e il viola del cielo s’affacciavano nella stretta finestra a bocca di lupo sulla sua testa. I calzettoni di cotone grezzo l’aspettavano per essere infilati ai piedi e, poi, negli stivaletti di gomma. Entrò in macchina e su per la rampa.

Forzò il motore quanto bastava per superare il dislivello dal piano della strada. Il furgoncino  rispose prontamente,  vibrando e  scodinzolando il carrello per gli attrezzi attaccato in coda. La sera precedente l’aveva riempito di tutto punto elencando le necessità per soddisfare il lavoro sui campi del giorno dopo. 
La 850T conosceva la strada. Non le servivano indicazioni per raggiungere il podere che già era stato di suo padre e del padre di suo padre. Sembrava che andasse da sola, l’auto, sul grigio serpentone d’asfalto, così come  aveva fatto ogni mulo di ciascuno dei suoi avi. 

Suo padre lo svegliava presto al mattino. “Tanuù! Alzati.” e lui, zitto, si alzava. Ricordava le levatacce che tanto l’avevano fatto soffrire da piccolo. Ormai era diventata un’abitudine da non poterne fare a meno. “Prima la terra!” era il refrain di suo padre e del padre di suo padre ed ora era semplicemente diventato il suo.

Brillava, gelido, il puntino luminoso nell’aria tagliente come un diamante,  appuntato su un impalpabile tappeto azzurro, diafano come l’acqua. 
Lucifero gli faceva compagnia, quando il cielo era sgombro da nuvole. Lo precedeva sul parabrezza, mentre la volta già inclinava all’azzurro, smemorando la sempre più tenue presenza del viola dalla breve vita, rapidamente sconfinante nel rosa tenue, prima che s’accendessero i colori decisi del giorno.

Al tenue bagliore del primo raggio di sole il cinguettio del pennuto più solerte, affamato dalla recente notte, avrebbe iniziato a pretendere l’obolo d’insetti che di diritto gli spettava. Teneva dietro un frenetico coro in crescendo di cinciallegre, fringuelli, pettirossi, subito prima che si levassero, sfrecciando alte, le rondini a inaugurare il giorno.

Sapeva a mena dito quel che, a seconda delle stagioni, l’attendeva, una volta arrivato sul campo. 
Era già lì, a sfrondare rami sulla scala poggiata contro le costole contorte che modellavano gli ulivi centenari, fiduciosi che, da esperto qual era, li alleggerisse de rami inutili, a rinvigorire la prossima produzione. 
Rapidamente le ombre si ritiravano in fossi e botri, mentre la campagna si rinnovava alla vita, profumando l’antico rito trionfale della luce. 

Ritto sulla scala non pensava ad altro che a far bene il  mestiere lasciato in eredità. Curava le piante anche se, di tanto in tanto, l’occhio fuggiva sui dorsali degradanti delle colline fino alla cinta argento azzurrina che delineava l’orizzonte in un mistero di barbaglii marini. 
Preferiva la campagna, anche se gli faceva buttare il sangue e qualche sacramento.  
La presenza dello sfondo in continuo movimento lo inquietava. Indice di una  esistenza diversa, più agitata, più scapigliata, che non era fatta per lui anche se se ne sentiva attratto per la sua innata curiosità.

Gli bastava, però, il suo modo di vivere. Amara terra, ma pur sempre amata, conosciuta, sofferta, vissuta. Una libera scelta fatta di pietre, di terra arsa, di vegetazione. Per quanto difficile potesse essere, la preferiva. Non gli interessava nemmeno che non avesse avuto il tempo né l’occasione per immaginare una libera scelta di vita che fosse differente dall’attuale. Respirare l’erba rugiadosa, mista a ventate di aria salsa che veniva dal mare, lo rinvigoriva; lo faceva sentire più vero, più utile e…meno vecchio.

Fischiettava, passando da un olivo all’altro, saggiando e riprovando sui rami alti l’appoggio del piolo che s’incastrava sulla pianta, serrato fra gli staggi deformi per età e uso. 
Le oblunghe piccole foglie scure degli olivi sospiravano al refolo che giungeva da quel ritaglio di mare lontano. Strette l’una all’altra, festose, sciabordavano affacciate sulle scorze antiche dei rami, imbellettandoli con le loro forme allungate che formavano, nel complesso, una cupola; verde cupo all’esterno, nascondevano, accartocciato nel cavo, il grigio argento sottostante. Grappoli di dure bacche acerbe si nascondevano nel fogliame e davano vita alle drupe ovali in formazione. 

La lama dell’accetta brillava, salda nella mano. Raccontava l’antica saga della potatura, danzando, mentre fendeva l’aria, recidendo, con moto sapiente, là dove doveva, senza remore né esitazioni. Sfrondava, consapevole della necessità di tagliare il superfluo per assicurare la migliore fruttificazione della pianta.

Sudava,mentre il marocchino sul cappello s’impregnava del lavoro dell’uomo. Le larghe falde di paglia avevano da parecchio abbandonato la rigida flessuosità d’un tempo, ridotti a ricadere irreversibilmente verso  il basso. 
Un po’ lasco, sarebbe stata una bestemmia sostituire il cappello, visto che serviva ancora e sempre meglio allo scopo: proteggere dal sole arroventato, appena alleggerito dalle menate del vento salino che, man mano, andava ad esaurire la sua forza per il trapasso nel quadrante di mezzodì. 
Il mondo pareva sospeso . Dalla calura non c’era più scampo.

Il timido “là” di una cicala rimaneva interdetto, prima di essere ripreso incessante e petulante da mille compagne.  La mano, rapida e sicura, ora risultava intorpidita; rallentava. Sentiva la fatica, fino a fermarsi! Il vecchio scese dalla scala e riparò all’ombra della roverella che respirava leggera a bordo campo. Sfilò il cappellaccio e si terse il sudore, sciogliendo il fazzoletto che gli stringeva il collo. “Settanta primavere pesano!” pensò. Gli ulivi avevano issato il gran pavese del mezzogiorno. 

Argentei, baluginavano festosi in uno scintillio  continuo con un brusio inesausto. Lo frastornavano, gli abbagliavano la vista. Oltre il cerchio d’ombra della quercia, tutto era immobile, cotto nell’insopportabile cappa che, evaporando dalle zolle, fumigava, distorcendo le immagini. Strinse gli occhi affaticati.

Bang. Un colpo secco, profondo rimbombò nel cervello, echeggiando nel cielo. 
Rabbrividì sgomento: non era quella l’ora per i cacciatori! Si sentì stordito. Doveva provenire da dietro il tumulo di terra che chiudeva l’orizzonte. Fu allora che inquadrò quella figura di donna e il coccio di creta ai suoi piedi. Ricordò i racconti dei vecchi. La sera imbastivano favole intorno al fuoco, narrando improbabili avventure ambientate in quelle campagne. A lui parevano vere. Serpenti mostruosi, lunghi chilometri che mangiavano d’un sol boccone buoi, capre e, forse, bmbini cattivi; e, poi…, della Signora che mieteva… Quanti anni erano passati? 
La paura lo colse. D’istinto volle correre al furgone; spalancare lo sportello; infilare la mano nel cassettino porta oggetti sul cruscotto per difendersi da…quella Signora. Arrancò.
Soffocava. Cercò l’arma su di se, come se l’avesse addosso. Gli antichi narravano le ballate dei morti che avevano violato i pietrosi altari degli ulivi secolari. Il terrore lo irrigidì nel sudore che lo bagnava. Tentò di puntare la canna che non riusciva a distinguere nella sua mano, ma gli pesava come un incudine, tanto che gli scivolò verso il basso, trascinando la mano e il braccio. Avanzò, traballando verso il rialzo di terra che in cima diventava disperatamente brullo, piatto come una tomba. Un ulivo piangeva, lungo l’affannosa salita.

Le gambe si fecero pesanti. Quella ragazza, da dov’era uscita? La giovanile improntitudine offendeva la sua vecchiaia, ma n’era attratto. L’anfora panciuta lo beffava mentre ne desiderava ardentemente il contenuto che gli era nascosto. Avvertiva un peso enorme all’altezza dello sterno. Avrebbe voluto maledire la donna, la brocca, l’ulivo, il mondo con le sue malie. La sorda rabbia ebbe il sopravvento. “Non ora, qui, sulla mia terra…!”

Indifferente, l‘immagine sbiadì tra i fumi di calore che si sollevavano dalla terra arsa, così com’era apparsa. La brocca restò lì, senza padrone. Solo la calura arroventava l’aria!  “Cosa, cosa, cosa…vuol dire?” si sforzò di connettere, confusamente, irritato. La sua “roba” lo guardava e sembrava sbeffeggiarlo, rinfacciandogli il lavoro che gli era costato in tutti quegli anni, vendicandosi del piacere che fino a un attimo prima egli aveva gustato comportandosi da padrone. Gli pareva che si riprendeva tutto con gli interessi.

Tremava; sudava freddo. Un lampo l’accecò! Colpito in pieno petto, senza un rumore rivelatore, senza che se ne fosse accorto. Soltanto un dolore lancinante. Tentò di proteggersi con le braccia, sgomento. Avrebbe voluto verificare cosa fosse successo, aprirsi la camicia, strapparsi le bretelle che serravano il petto. La bocca s’aprì affamata d’aria.
Cadde in avanti. Ormai, più nulla poteva distrarlo.

 

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