TERRA DI MEZZO

Una terra di mezzo era quella. Non ero nato lì, ma mi ci ero affezionato. Da piccolo ci andavo in vacanza. Poi, la vita ci porta lontano. La nostalgia di quei posti m’aveva spinto a desiderare di tornarci. Ed ora ero lì; finalmente era a portata di mano. Un senso di spaesamento mi prendeva. Palazzoni si ergevano tutto intorno; forse era troppo tardi per tornare indietro?

Arrestai l’auto lungo la vecchia strada provinciale, declassata ormai a comunale. Il borgo, in forte espansione l’aveva fagocitata, snaturando la sua natura inter poderale. Cercavo disperatamente di riconoscere qualche punto di riferimento che mi segnalassero la sopravvivenza della villa a quell’invasione selvaggia e arrogante di abitazioni. All’improvviso la breccia di un vecchio muro cadente m’ipnotizzò. Era soffocato dal moderno centro abitato dell’anonima, recentissima area residenziale.
Sulle escrescenze del rudere, smussate dal tempo, la vegetazione spontanea attecchiva con virulenza, cercando di camuffare le antiche forme. Mentre avanzavo, le sparute piante di felci sul bordo della strada si piegavano docilmente fino ad accarezzarmi la mano, quasi a salutarmi, come se mi avessero riconosciuto. Sembravano rivolgere l’invito. “Toccaci!” dicevano. Non avrei potuto ritrarmi, anche se lo avessi voluto, ma dovevo procedere, inquieto per l’incerto ritrovamento. Ero ansioso di adempiere al mesto compito del riconoscimento. Mi arrestai sotto i pochi massi affioranti di quel che era stato un muro imponente. Si affollavano i ricordi di molti anni prima, togliendomi il fiato.

“Su svegliati.” Mi girai di scatto verso il posto in cui doveva esserci quella finestra che riviveva nella memoria. La carezzevole esortazione risuonava nelle orecchie, ovattate dal sonno.
Ancora insonnolito, il piccolo non si rendeva conto se fosse giorno o notte. Guardò verso la finestra. Le imposte accostate filtravano, attraverso le doghe di legno della persiana, un chiarore diffuso. I raggi del sole flottavano, tracciando con una scia di pulviscolo il percorso fino all’impiantito. Era giorno!

La sera precedente era arrivato con la famiglia. D’estate, al tramonto, il cielo si tingeva di azzurro intenso; il colore trasparente virava, impallidendo, fino al bianco per poi riaccendersi in un verde smeraldo all’orizzonte, mentre luminescenze rosate prendevano il sopravvento in lunghe striature. Evaporava il giorno, indossando la veste pervinca di prima sera. Il sonno si faceva sentire nel bimbo, indicando che la luce diurna s’era protratta troppo a lungo e l’ora era tarda, senza cognizione precisa dell’orario, né la necessità di orologi di alcun genere, ché la pochezza dei suoi anni non lo mettevano in condizione di sapere leggere un quadrante d’orologio.

Avvertivo ancora oggi la felicità di trovarci, io e mio fratello, in un luogo diverso da casa. Mi bastava! Tutto è bello e sereno a quell’età. Il mondo? Una scoperta! Il piedino calzava la scarpetta di un blu scuro con lo scollo a barchetta e la striscia di cuoio serrata intorno alla caviglia con la clip a pressione, come s’usava. Le immagini mi balzavano incontro.

Il piccino si divertiva a seguire, passo passo, le linee disegnate sul pavimento della sala da pranzo. L’ammattonato era di graniglia fine ottocento a losanghe rosso-magenta, alternate con altre a sfondo bianco ed a disegni floreali. Risaltavano al centro, sul cuore del bianco, otto foglie a orli arrotondati, quattro gialle e quattro verde-olivo. Il disegno disposto a scacchiera, era tracciato ai bordi di contorno con intrecci di linee continue verdi, gialle e bianche. In un angolo, discosta dalla parete, la panciuta stufa in terracotta, d’un rosa tenue, si pavoneggiava con i fregi a ghirlanda che le conferivano prestigio, anche da spenta. Appariva tronfia con le sue tre camere di cottura sovrapposte.
S’apriva lo sportellino di ventilazione, sull’ultima camera in basso, dal lucido pomolo, mentre dalla camera posta più in alto spiccava il volo il tubo che perforava il soffitto per svettare poi sul tetto, al camino. Saliva squadrato, attraverso il soffitto ingentilito da fregi floreali. La sola presenza della stufa spenta conferiva calore all’ambiente.

Al centro, il tavolo di noce rettangolare testimoniava l’ospitalità della casa con dodici sedie imbottite. Una pelle consunta le ricopriva, forse in passato erano state mute testimoni della vita attiva di una casa gentilizia ed ora, decaduta, rendevano austera testimonianza, impettite intorno al tavolo nella casa di campagna. Otto erano disposte ai bordi del tavolo, mentre quattro presidiavano, ciascuna, un angolo della stanza.

Il sole fiottava dalla finestra spalancata a mezzogiorno, illuminando di sbieco la parete. Una rientranza nel muro di tufo spesso mezzo metro, rimarcava il vano finestra. La zanzariera impediva l’ingresso agli insetti; ronzavano a lungo, scontenti, affacciati dal lato esterno, prima di virare verso il cielo aperto, scomparendo in un abbacinante bagno d’azzurro. La vastità del campo di grano s’imponeva alla vista, affondando all’orizzonte, nell’uniformità del panorama appena smosso dall’ondulazione delle basse colline. Fresco, il fruscio della brezza agitava le pannocchie, provocando un incontrollabile mormorio perenne che, protraendosi nella mattina, risultava fastidioso. In lontananza le trebbiatrici si risvegliavano, sbuffando. Scoppiettavano all’avvio dei motori, pronte a iniziare la loro opera.

Mi fermai, poggiando il piede sinistro con la five-ten da trekking, che calzavo, sul paracarro, affiorante dal terreno sconnesso. Ne prelevai un pugnetto di quel manto nero nella mano. Era terra buona, ottima anche per il frutteto. Peccato che gli alberi della casa non avevano più modo di goderne, soppiantati dalla serie di palazzoni che s’affollavano, inespressivi, lungo la strada.
In alto, sul portoncino che resisteva testardo, si leggeva ancora il numero civico della villa, dipinto in blu sullo sfondo del quadratino di smalto bianco, incorniciato da uno sbiaditp righino azzurro.

Sì! Era ancorato lì, il portoncino, ultimo Gargantua, incastrato in un rudere di tufi diroccati di due metri per tre, che si sforzava di mantenere in piedi con la compattezza del suo legno stagionato, le ante richiuse, inchiodate in croce. Sull’angolo, alla base del fatiscente mozzicone di muro perimetrale che soltanto la solidarietà col portone permetteva di stare ancora in piedi, l’usurato paracarro si ostinava a stringersi alla parete, quasi a difenderla. Proteggeva ancora il limite della proprietà. Il cancello in ferro era, invece, svanito. Quel che restava di un cardine ciondolava, inutile, incastonando il residuo della parete.

Attraversai il fantasma del cancello. Un brivido di freddo risalì lungo la schiena. Guardai indietro. Il formidabile, ferroso difensore della proprietà si era materializzato alle mie spalle. Chiudeva sul lato della strada il muro di cinta che continuava, ininterrotto, a cingere l’intero appezzamento. Alto più di tre metri assicurava la privacy del luogo. Imperturbabile serrava le ante metalliche tinteggiate di grigio ferro. Sul lato inferiore di una delle ante, in un angolo, si apriva, a misura d’uomo, il porticino pedonale.

Dovevo averlo attraversato senza che me ne accorgessi. Guardavo, interdetto, la strada attraverso il vano aperto. Restavo a bocca aperta! Non avvertivo più il rumore del traffico intenso che un attimo prima m’ero lasciato alle spalle, com’è normale, d’altronde, in quell’ora del giorno in un centro urbano. Stranamente, non passavano macchine o uno qualsiasi dei congegni meccanici di locomozione.

Frastornato, spostai l’attenzione sulla vegetazione. La siepe verticale s’infoltiva sulla parete interna della cinta muraria. Parietarie di differenti tipi si alternavano. L’edera tappezzava sempre di verde cupo l’intero muro. Man mano che dalla base erbosa saliva, arrampicandosi lungo il manufatto tufaceo, lì dove l’ombra diradava e i raggi del sole riuscivano a imporre la loro forza, tra il tripudio di colori che abbagliavano gli occhi, le foglie sbiancavano, diventando d’un brillio opalescente.

Intervallati a distanzia fra loro, nel terreno intorno, solidi arbusti di rosa tea mostravano i loro gioielli. Le grandi corolle offrivano alla vista il morbido delicato rosa dei petali vellutati, compatti, mentre all’interno comparivano, timide, le screziature di una tinta salmone, più tenue. Spiccavano nettamente sul folto smeraldo delle foglie. Una varietà di lillà e di viburno a macchie bianche esaltava l’innocente ricordo del bambino che li ammirava.

Verso il centro del giardino, alti arbusti, fitti di rose dai variegati colori bianco, rosa e rosso, tendevano al cielo elastici bracci, cingendo a semicerchio l’area destinata al frutteto.

Meli e peri maturavano docili, elargendo la visione dell’abbondanza di frutti succosi. Il nodoso groviglio del tronco d’un ulivo secolare, al limite esterno del campo, pareva un enorme Eracle intrecciato al corpo muscoloso del rivale Anteo. Il vecchio ulivo si affannava a stendere a cappello i rametti piegati sotto il carico di olive ancora acerbe. Sarebbero maturate ai primi dell’autunno, con il loro carico di oro liquido da estrarre nel trappeto.

L’odore acidulo dei torchi carichi dei fiscoli che contenevano la polpa pareva farsi avanti. Sentivo, forte, l’ammorbante effluvio del residuo denso delle morchie esauste derivanti dalla frazione della parte liquida filtrata dell’olio dal percolante residuo denso della spremitura delle olive.

Il bambino ora avanzava con passo leggero su di un viale che subito diventava pergolato. Colonne di tufo, imbiancate di calce, intervallavano le spallette basse del basso muretto di contenimento, un accumulo a secco di nude pietre sovrapposte. L’orto, a sinistra, era sistemato a verdure e piantine dalle foglie carnose dalla folta peluria che nascondevano il frutto, i pomodori, rossi come il sole, che si crogiolavano, spuntando, invitanti, a grappoli. Li sfioravo, inebriandomi dell’intenso odore di terra bruciata, che riservava loro il caldo abbraccio del sole. Dall’altro lato, l’occhio si perdeva su di un campo di non so quante are fino al limite estremo, delimitato da un muro a secco che segnalava il termine della proprietà con la sua massa azzurrina, colorazione che la lontananza conferiva nella calura estiva, confondendosi all’orizzonte. Spighe di grano erano ammonticchiate ad asciugarsi in covoni posti in piedi, in verticale. L’ombra del pergolato rendeva più respirabile l’aria infuocata dal mezzogiorno. I grandi pampini della vite si ergevano a soffitto del pergolato e davano tregua alla vista, nascondendo con le loro cinque dita l’abbaglio del cielo terso d’estate. Al termine del lungo viale uno stanzone coperto da un tettuccio in tegole rosse apriva la quarta parete, priva di muro, sul pergolato. Serviva per asciugare  i mannelli affastellati. Trasportati lì a mano erano pronti ad essiccare la granella. Ora lo sapevo, ma allora no!

Era la stanza dei giochi. Tappezzata da attrezzi rurali, alle pareti pendevano gli archi delle falci  e misteriose forme a spatola, mentre un ferro di cavallo s’incastrava sul muro, forse per scaramanzia. Ragnatele negli angoli avevano un che di ipnotico e di soprannaturale con i grandi disegni concentrici che pendevano lungo i muri dagli angoli del soffitto, tappezzandoli come dei magnifici arazzi. Al centro della tela otto zampe pelose, intorno ad un corpo bruno e compatto, ondeggiavano nella corrente d’aria che attraversava il locale come il soffio di un respiro.

Un improvviso scalpiccio. Un bimbo paffutello di cinque anni correva sul viale del pergolato. Il padre lo rincorreva, forse per impedirgli di cadere. In primo piano sembravano alternarsi, nel passo veloce, i sandali che l’uomo calzava. Un sandalo d’altri tempi!  Il cuoio avvolgeva il tallone, mentre la tomaia era disegnata in fasce aperte, per assicurare l’areazione al piede e una striscia di cuoio racchiudeva la punta. Il passo era rapido, felpato; la falcata ampia, eccessiva rispetto a quella del bimbo. Raggiunse il figlio; lo prese per mano, scomparendo, con calma, alla vista.

Non chiesi da dove venissero, né dove fossero andati. Lo sapevo già. Spariti nel tempo, mentre avrei voluto chiamarli con i loro nomi, osservarli meglio, ancora una volta.

Immaginavo il bimbo lì, sul campo, mentre staccava dalla piantina di solanacee i pomodorini verdi, piccoli piccoli, dall’aspetto smunto, deperito, verde biancastro, così poco invitanti da sembrarmi immangiabili. Li lanciava, mirando a un orcio riverso. Cercava di centrare la bocca larga della brocca poggiata sul lato panciuto che emergeva dal terreno. Qualcuno gridava! La voce redarguiva il bambino. “Non si staccano i pomodori dalla pianta! Devono maturare!”. Il piccolo non si spiegava il motivo dell’irritazione; così verdi, duri, erano immangiabili! Acerbi come il ricordo.

Sullo spiazzo antistante la casa l’imponente, folta quercia vigilava sulla villa. Un cane alla catena lunga s’agitava, irrequieto, intorno al tronco, dando uno strappo a fine corsa per tornare indietro sui suoi passi. Un incrocio fra il lupo e chissà quale altra razza bastarda; grigio scuro con riflessi marrone nerastri, osservava attento chiunque si movesse per una vasta area. “Buono, Sentinella!” il mezzadro ripeteva quel ritornello, avvicinandosi a grattare la nuca del cane per tranquillizzarlo. Lui uggiolava contento, sfiatando e tossicchiando; poi andava ad accucciarsi ai piedi del padrone che si era seduto contro il tronco dell’albero.

Un tramestio di mille zampette ruspavano nel buio. La conigliera! Io e mio fratello vi penetravamo dalla porta a rete fermata all’ingresso con un grosso masso. Non era impresa facile cercare di prendere un coniglio in braccio, solo per accarezzarlo, memori delle fresche vignette anni ‘50 di Fratel Coniglietto, disegnate sulle strisce disneyiane che io potevo solo guardare, non sapendo ancora leggere. Davanti agli occhi il nasetto rosa dell’intimorito, morbido batuffolo si dimenava in su e in giù agitatissimo, prima di fermarsi, fissandoci. Studiava il momento opportuno per scappare. Un colpo delle robuste zampe posteriori sul petto del carceriere e via, tuffandosi a terra, correva a perdifiato per nascondersi fra gli altri simili, misurando la distanza dal suo aguzzino, pronto ad allontanarsi ancora di più.
“Avete preso i conigli in braccio?” era la reprimenda della mamma. “No, non siamo andati dai conigli!” ma la peluria che ornava desolatamente la maglietta e i pantaloncini tradiva la bugia.

Sorrisi, ripensandoci. Più distante dalla casa, vicino alla stalla, sorgeva la casetta di Tonino e Totò, due porcellini rosa di una certa consistenza. Inconsapevoli di rappresentare un sicuro investimento per il loro proprietario, grufolavano beati, il muso perennemente infisso nel truogolo.  La scrofa, all’ombra della costruzione bassa che fungeva da porcilaia, distendeva sul terreno, una dietro l’altra, le molteplici mammelle, come un mille piedi; di tanto in tanto agitava le orecchie ripiegate, godendosi il fresco e grugnendo di profonda soddisfazione. La stalla s’apriva accanto. Era un via vai di colombi, attraverso le feritoie aperte in alto verso il tetto. ll cancello di assi sgangherate lasciava ampiamente fuoriuscire gli odori ammorbanti di tre vacche e del mulo, consentendo il propagarsi dell’odore di stallatico che impregnava l’aria nei dintorni. Le galline, disseminate nella stia, chiocciavano e razzolavano sul terreno, becchettando con estrema diligenza e acutezza di vista, occhieggiando di lato. I pulcini pigolavano ininterrottamente sull’aia, osservati dall’alto della staccionata dall’imponente, occhiuta vigilanza del gallo.

Una pozzanghera ristagnava al centro del cortile, retaggio di acqua di chissà quale risciacquo. Il bimbo giocava con un pulcino nero. Una rarità per il suo colore così diverso dagli altri, uguali nella loro divisa gialla. Lo sospingeva per gioco verso la pozzanghera con uno stecco raccolto per terra. Il pulcino, pigolando, cercava di evitare l’acqua, tornando ogni volta verso la salvezza, ma inutilmente. Era risospinto verso la melma. Caparbio, il piccolo tornava a tormentarlo, finché il pulcino si fermò incespicando la testa nell’acqua. Non ce la feceva più. Reclinò il capo e restò lì, fermo, stecchito. Il cuoricino non aveva retto. Il primo incontro  con il fine-vita a esclusivo uso del bimbetto. Il pulcino che pigolava cercando di sfuggire alla sua sorte, ora era immobile. Dopo cinquantanni ne avvertiva ancora lo sgomento!

Il vento s’era fatto più deciso, quasi sferzante.
Il cielo, incupito, affastellava veloci nuvole basse una sull’altra che correvano verso gli ampi spazi collinari. Vibravano i fili d’erba alta, strapazzati dal grecale. Narravano storie di serpenti, di contadini, di lupi e di animali a due teste ed a otto zampe. Alcuni tornavano alla mente a brani, a pezzi..

“Poi venne un lupo e si mangiò la pecora, poi venne un orso e si mangiò il lupo, poi venne un uomo e si mangiò l’orso… “. Filastrocche così: “Stella stellina/la notte s’avvicina/la candela traballa/la mucca è nella stalla/la mucca e il suo vitello/la pecora e l’agnello/la gallina e il pulcino/ad ognuno il suo bambino/ad ognuno la sua mamma/ e tutti fan la nanna.”.

Girotondo di bimbi che cantano e poi… “tutti giù per terra!”

Pigiavo sull’acceleratore, allontanandomi velocemente da quegli sprazzi d’infanzia che mi avevano aggredito. Un fil-rouge legava a doppio nodo ieri e oggi: il fantastico e il reale; mentre le ruspe abbattevano le ultime macerie di un’età perduta.

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