LA CUCINA

Ognuno ha le sue preferenze! Come il bruco cambia pelle, sigillando la pupa nel bozzolo per concentrarsi nella trasformazione che lo vedrà impegnato a diventare farfalla, così ciascuno si richiude nella stanza più congeniale, marcando i limiti del territorio personale che nessuno dovrà superare senza un ringhio. C’è chi s’intrattiene nella sala da pranzo o nel salotto. Un rifugio sicuro per leggere un libro, per sfogliare il giornale, per ascoltare musica, radio o tv, per pisolare, per scaricare, insomma, la tensione accumulata durante la giornata è naturale. Altri preferiscono lo studiolo con le pareti tappezzate dai propri dischi, CD, chiavette MP3 e 4 o da qualsiasi altra diavoleria la cui novità sconvolga l’archiviazione.

Sugli scaffali s’affacciano libri allineati, a seconda della patologia di cui soffre il proprietario: in ordine d’autore, se afflitto da disturbi maniacali;  per dimensioni o colore, se trattasi di esteta arredatore; oppure in disordine apparente, se lettore seriale. In questo caso per rintracciare un libro è d’obbligo sfogliare la sua mappa mentale. Ma è la cucina, il locale che più di servizio non potrebbe essere, ad esercitare la più forte attrazione, non solo per chi sa preparare elaborati piatti, ma anche per chi li sa gustare.

Un tempo  era chiamato: il focolare domestico. Il fascino proveniva dal calore che si diffondeva e rianimava la casa, di solito glaciale nelle serate d’inverno. La cucina era un locale ampio, quando non unico, a seconda della condizione sociale della famiglia, con volte a crociera  e finestre piuttosto ridotte per contenere al meglio il calore del fuoco che ardeva nelle fornaci, esternamente maiolicate o in semplice cotto. Bruciavano allegramente i tronchetti di legna secca. Secca e non umida, perché non infastidisse gli abitanti con l’emissione del fumo. Valvole a lama sulla via di salita della canna fumaria regolavano il tiraggio. L’ottone delle manopole, luccicava, interrompendo la fuga di motivi a greca o a fiori stilizzati delle piastrelle che ammantavano la cucina.

Eccole! Le due fornaci più grandi, riservate alle grosse caldaie di metallo martellato di un dolce colore ramato. Due coperchi le ricoprivano. Enormi scudi rotondi con manici rettangolari pronti per immaginarie battaglie nella fantasia dei piccoli estimatori di tanto splendore. I bambini della casa, seduti sulle piccole seggiole di vimini, attendevano lo spettacolo, davanti allo sportello di ferro che chiudeva la bocca di ricarica della legna nel focolare; ascoltavano con attenzione e timore il crepitare al suo interno. Cautamente, eludendo la sorveglianza degli adulti indaffarati, aprivano la finestrella ricavata sulla chiusa della cella di combustione. Aperta, consentiva alla corrente d’aria di alimentare il fuoco. Subito la fiamma prendeva vigore. E loro spiavano i contorcimenti delle fascine di sterpi e ramoscelli che contribuivano al lento consumo dei più imponenti ciocchi, sollevati sugli appositi rialzi al centro della cella. Finché il corpulento, massiccio tronchetto, corroso dalle fiamme, si spaccava, con stupore, in due pezzi che precipitavano sul fondo della cella. L’effluvio di scintille sprizzava nella camera di combustione, sollevandosi e rimbalzando sul basso soffitto della fornace.

La visione infernale richiama l’altrettanto indelebile ricordo della cottura delle grosse aragoste o meglio degli astici. Esseri primordiali, forniti di dure corazze, inesauribili nell’articolare i loro movimenti, a cui era riservata una misera, indecorosa fine. Atterrivano le grosse chele che scattavano minacciose a vuoto, prima che i combattivi crostacei fossero precipitati a testa in giù nell’acqua bollente. Lo sfrigolio, terribile e prolungato, impauriva le giovani menti degli spettatori. Non era una consuetudine, ma, quando avveniva, era legata, di solito, alla vigilia del Natale per essere subito dimenticata, per fortuna,  dalla magia della festività.

Specialmente i pranzi delle festività, ma anche quelli della domenica, ovviamente, erano più elaborati che dei giorni feriali, perché più numerosi erano i commensali e maggiore era il tempo e la cura che le donne di casa dedicavano alla cucina. L’aria di festa permeava la casa. Nessuno doveva lavorare se non chi preparava i piatti per il pranzo. Ma anche quella era considerata una festa. Le donne chiacchieravano, impastando una torta o un “calzone” o grattugiando il formaggio. Compito dei non addetti alla cucina era di apparecchiare il desco. Di solito era così grande da accogliere dai dieci ai quindici familiari, se non di più. Quando ci si approssimava al momento del pranzo, l’acqua nella caldaia bolliva. Per quell’ora doveva essere già pronta la zuppiera che conteneva i maccheroncini già spezzati e pronti per essere immolata nella caldaia. Sì, era il compito dei vecchi di casa, non degli anziani, come si direbbe ora con più tatto e meno rispetto, e dei bambini più grandicelli spezzettare le lunghe bacchette di maccheroni . I “ziti” erano un classico dei giorni di festa. Dopo mezzora a spezzettare  i lunghi tubi di pasta le mani dolevano, ma era un onore ottenere quell’incarico. Lo si eseguiva con zelo e cura, stando attenti che il tubo rigido non si frantumasse fra le mani, ma lasciasse integro il maccheroncino così ricavato, perfettamente uguale agli altri.

Il pranzo si svolgeva con cordiale allegria. Assumeva il fascino di una funzione sacrale che, tra brindisi e divagazioni, durava due ore buone, ad andare bene.  Al termine, in conseguenza dei fumi della legna o della carbonella, sempre accesa nelle fornacelle di minore dimensioni, un forte mal di testa aggrediva le tempie dei più sensibili. Il calore non andava disperso, però l’anidride carbonica faceva il suo effetto. Anche se si cambiava l’aria nelle altre stanze ormai il danno era fatto. Per svelenire l’organismo,  allora, bastava una passeggiata fra gli striminziti oleandri, piantumati di fresco, che accompagnavano la strada verso il centro della città.

La camminata era tonificante, non c’erano macchine che inquinavano l’aria perché in circolazione ce n’erano ben poche. Ormai al crepuscolo, si tornava affamati più di prima, pronti a chiedere: “Cosa c’è per merenda?” Il te al limone con pasticcini non era per i più piccoli. E allora la preferenza andava al piatto d’insalata avanzata dal pranzo. Il fatto che fosse affogata in una laguna di olio per condimento, con aggiunta del succo di limone, sembrava più invitante, specialmente se accompagnata con un tozzo di pane da intingere.

Intanto, la pentola di coccio sobbolliva, borbottando appena, sui carboni ardenti che ammiccavano, contenti di elargire ancora quel tepore che gli astanti apprezzavano, intrattenendosi in familiare colloquio.  Si sa, un po’ d’acqua calda può sempre servire per lavarsi le mani, per una camomilla prima di andare a letto, per riempire gli scaldini per la notte. Lentamente, le ore si consumavano insieme al carbone. Anche lei, la cucina, andava a nanna, ma il carbone doveva restare acceso per l’indomani, sia pure accuratamente ammantato di cenere che la padrona di casa provvedeva a spargere, prelevandola dalla caditoia sottostante la grata. Così, il ciclo vitale rallentava, ma non si fermava mai nella casa.

Il complesso lavorio della giornata che si creava intorno alla regina della casa, la cucina o, meglio,  il focolare, rinsaldava l’unità familiare e rappresentava il motivo reale di richiamo dei componenti della famiglia. Dai nonni ai pargoli, la famiglia si intratteneva lì intorno, viaggiando per le vie aperte dalla fantasia nel rincorrersi di favole, di racconti, di motti che di reale avevano ben poco, se non la inevitabile morale.

Via via, nel tempo,  il “gusto” del focolare domestico si è perso. Anzi, di fuoco nelle cucine non se ne parla proprio.  I fornelli con l’accensione piezoelettrica incorporata sono già chincaglieria superata.  Addio zolfanelli! Non servono né fiammiferi, né accendini. Di attimo in attimo si attende che siano messe al bando le, così dette, fiamme libere dai piani di accensione.  Il piano di cottura ora è freddo, non perché non funzioni più, ma perché è diventato anodino, ad induzione alogena o, meglio, radiante. Si riscalda solo la parte sottostante, il fondo della pentola, per evitare incidenti spiacevoli da ustione all’operatore. Che alla fine del ballo è  colui che utilizza questi strani aggeggi; è andata in soffitta, se ce ne sono ancora di soffitte, cancellata dalla memoria, l’obsoleta, vituperata “figura” della massaia; non si sa più neanche che cosa sia.

Tornando al piano radiante, se si sposta la pentola l’induttore interrompe il calore e il piano della superficie torna relativamente freddo in poco tempo. Magia della modernità! Oggi giorno i componenti della famiglia si distribuiscono, dispersi, come naufraghi sulla zattera nell’oceano casalingo, ciascuno rinserrato nella propria chiusura, almeno mentale. Attira di più la TV (in solitaria) o il computer (sempre più soli) che il frigorifero. La cucina è rimasta solo da esposizione, da mostrare per il suo lindore e non per le specialità culinarie che è impedita dallo sfornare.

Perché sporcare pentole o chincaglierie simili se ci sono i piatti pronti, comprati al supermercato, da riscaldare nel fornelletto a microonde quando si ha fame? Altrimenti si va da “L’Oca d’oro”, da “Luigi” o al pub per un aperi-cena, tanto di moda. Le case, iper riscaldate per proprio conto, non hanno certo bisogno di uno stupido fuoco che le scaldi!

L’uomo delle caverne si domanderebbe: dov’è finita quell’invenzione che tanta fatica gli è costata e che ha rivoluzionato il genere umano?

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