FILIBUSTA

“Era una notte buia e tempestosa. Pedro Armando de la Sierna, altrimenti detto El Giaguaro, terrore degli spagnoli del Caribe e capo dei Filibustieri delle Antille, scrutava dal castello della nave da corsa l’orizzonte incendiato dai fulmini. A babordo, tra un lampo e l’altro, gli parve di vedere il profilo di un galeone…”
Romualdo Zazzera, scrittore di racconti d’avventura per una casa di produzione di fumetti, abbandonò il computer e rispose al telefono. “Romualdo, ti ricordi di me?…” la voce veniva da lontano, da molto lontano. Romualdo la riconobbe immediatamente, e rimase immobile e silenzioso, con la sensazione di precipitare in uno dei suoi peggiori romanzi d’avventura.

Vecchio filibustiere! Non ricordava il cognome, ma il nome sì. Piero, certo. Avevano fatto la fame insieme ai tempi del Dams a Bologna. Poi ciascuno per i fatti propri e Dio per tutti. Bei tempi quelli! Il ricordo, ora, sembrava sfilacciarsi. Molti scomparsi, fagocitati nel mare della vita, altri da evitare per limitare le scocciature. Pochi si erano affermati e molti si erano sparsi per il mondo come la dissenteria. Scherzava, naturalmente, portato come era a dissacrare le poche mezze verità che conosceva.

Non si erano più visti da allora. Dove fosse andato a finire non lo sapeva. L’aveva chiamato “filibustiere” perché con lui ce l’aveva, e parecchio! All’epoca gli soffiava le ragazze e non chiedeva neanche scusa. Aveva cominciato a evitarlo, tanto era il livore. Si augurava di non incontrarlo più! E, invece, ora gli ripiombava fra capo e collo, chissà da dove. Come aveva avuto il numero di telefono e da chi? Evidentemente curava ancora qualche conoscenza in comune.

Avrebbe voluto dirgli: “Vecchia carogna, telefoni perché hai bisogno!”. Invece fu molto più impersonale e falso: “Se mi rammenta il nome, forse…” “Piero, Piero Ramazzotti, di Pavia. Il Dams a Bologna…Ricordi?”. “A sì, certo. Ti ho inquadrato perfettamente, ora.” – sottolineò con puntiglio il perfettamente, continuando – “Che mi dici di bello, vecchio?” – s’era ricordato che era un anno più grande di lui.
“Beh, sai…è passato tanto di quel tempo. Ho fatto fatica a rintracciarti. Poi, parlando con Gina – te la ricordi quella bella ragazza formosa…?”. Mentre lo ascoltava, Romualdo, Dino per gli amici, avrebbe voluto gridargli “…che mi soffiasti da sotto il naso mentre stavo per giungere al dunque. Sporca iena!”. Sì che se la ricordava.

Ma Piero continuava: “Abita vicino a casa mia, ma ci frequentiamo poco. Non certo come prima…È lei che mi ha detto dove potevo trovarti. Sai, si ricorda sempre di te.” – figlio di puttana, gira ancora la lama nella piaga – “Mi ha suggerito lei di chiamarti. Sapeva che stavi con l’editrice S.E.C.A. Anzi ha chiamato l’ufficio per rintracciarti. Eh, le donne conoscono bene il modo per carpire le notizie!” – stanno in combutta i due! E si sentì ancora più di friggere. – “Ho bisogno di parlarti! Lunedì sarò da te. Fatti trovare, non scomparire!” “Non so neanche che cosa farò lunedì, ma da dove chiami? – Dino cercò di saperne di più – Ti sento molto male…!” “Ua..aua..a…Ciao!” aveva chiuso il telefono. Che cacchio aveva detto e dove era quel Uauaa? Uallaualla? Uaggauagga,?Uangauanga o che altro cavolo? Africa o America? Era stizzito. Dunque sarebbe arrivato tra una settimana.

Faceva in tempo a scomparire. Non gliene fregava niente da dove fosse spuntato fuori. Sapeva solo che gli portava sfiga. Doveva evitarlo!
Ma si sa: il tran tran del lavoro, lo sforzo di creare sempre nuovi soggetti, alla caccia di personaggi interessanti, di storie verosimili, di accidenti che ti piglia pur di guadagnare qualcosa dall’editore. Si sforzava, ma non riusciva mai a restare con i piedi per terra. E così dimenticò completamente la strana telefonata. Fino alla sera della Domenica precedente al fatidico incontro. Era l’unico giorno della settimana che si concedeva di libertà. Per meglio dire, a cui era obbligato da quando frequentava Giulia. Non è facile a quarantanni tenere ancora alla catena una signorina che ti vuole bene, ma che non ti decidi a concederle null’altro che una sera di svago durante la settimana, compreso l’assolvimento del debito
(extra)coniugale, visto che di nozze non se ne parlava proprio.

D’altronde come potevano pensarci, entrambi con lavori precari e quasi mai pagati bene? Sperava sempre in un coup de bol, l’italianissima b.d.c., che lo proiettasse fra l’Olimpo dei grandi soggettisti o dei romanzieri, anche se di veri romanzi non ne aveva scritti mai per la fretta di consegnare i lavori al fine di ottenere la mercede, quel vile maledetto denaro. Pochi e subito! Almeno quello sì, era garantito, grazie alla sua maestria nello scrivere. Prima o poi sarebbe arrivato. Dove? Preferiva non rispondere perché sarebbe stato troppo doloroso dover riconoscere gli sbagli, presunti o effettivi, che aveva commesso nella sua insignificante carriera di modesto artigiano. Si sarebbe sentito con l’acqua alla gola e…non è facile andare avanti in quella condizione.

Nel momento della serata in cui si sentiva meglio, più appagato, più distante dai problemi quotidiani, soddisfatto dalla donna che gli dormiva accanto, avvertì che qualcosa gli stava per cadere addosso, come una trave dal soffitto, che l’avrebbe soffocato. Per fortuna nel soffitto non c’erano travi; solo metaforicamente ne incombevano più d’una sul suo capo. E una di queste era Piero. Doveva evitare l’incontro con “l’acerrimo amico”. Sarebbe arrivato quella mattina! Sbalzato dall’inferno, probabilmente. Non poteva più scappare! Ma perché diavolo non lo lasciava in pace. Non lo meritava forse, lui, così riservato, così attaccato al suo lavoro, così fedele alla sua…donna? No, non si meritava un trattamento tanto persecutorio. Uno scocciatore di gran classe gli cadeva sulle palle all’improvviso!
Se credeva di fargli perdere tempo, di sconvolgere le sue abitudini, di rompergli le…uova nel paniere…se la sarebbe vista con lui. Fuori dalla vita privata! Era furioso.

Poi si calmò. Perché tanto astio, tanto livore nei confronti di uno che non vedeva da dieci anni? Non sapeva neanche il motivo per cui voleva incontrarlo. Gli avrebbe detto chiaro che non poteva fare nulla, che gli dispiaceva, ma con tanti problemi da risolvere non poteva distrarsi dal lavoro. Chiuso! Ma temeva che non fosse così facile. Spuntato fuori dalla nebbia come “il profilo di un galeone”. No, si corresse; Piero si era profilato minaccioso come una nave corsara pronta alla rapina delle povere sostanze del galeone che navigava in acque tranquille. Avrebbe reagito sparando i colpi delle sue bocche da fuoco! Si ricordò che la mattina dopo aveva un appuntamento con il suo editore. Una buona scusa per filarsela.

Si era appena sopito dopo una notte insonne, quando il trillo dello snooze cominciò a ronzare, incalzandolo fuori dal letto. Ebbe un moto di smarrimento; agitò le braccia per scansare quella tempesta di suoni, quando avvertì un bacio sulle labbra e la solita voce del lunedì mattina che gli augurava: “Buona giornata, caro!”. Lei era già pronta per uscire. E già, alle otto e trenta, per forza…! Quando si era addormentato come una pera cotta doveva essere l’alba! Spense l’aggeggio sonoro e salutò la sua bella che si allontanò sculettando. Anche se non era vero; così nel suo mondo di carta facevano le belle donne, uscendo di scena. E Piero? Non s’era fatto sentire ancora. Doveva lavarsi, vestirsi e uscire anche lui dalla scena prima che arrivasse! Non avrebbe risposto al cellulare, eh, eh! – ghignò soddisfatto.
Fece più presto che poteva e verso le dieci era per strada con il faldone serrato sotto il braccio, mentre cercava d’infilarsi la giacca. Per fortuna lo scocciatore non s’era fatto vedere né sentire! Volò verso la fermata della metro; intanto aveva bisogno di spiccioli e alle macchinette c’era la fila. Bestemmiando attese il necessario per infilare la minutaglia utile a ottenere il biglietto di andata e corse al cancello che, pressato, non si aprì, mentre nugoli di passeggeri sfilavano dai tornelli accanto. Finché non cedette con grande sollievo di chi gli stava alle calcagna.

Si fiondò nel vagone, mentre le porte gli placcavano la coda della giacca. Ma era dentro! Tirò il tweed; avvertì che la stoffa stava per cedere e desistette. Alla prossima fermata si sarebbe liberato, pensò, stringendo fra le mani il parto del suo cervello. Sei fermate dopo risaliva le scale a quattro scalini per volta. Era in un bagno di sudore. Finalmente entrò nel palazzo sulle cui colonne (tortili ai suoi occhi affaticati dalla corsa) si allineavano una serie infinita di targhe commerciali. Riconobbe quella della Casa Editrice. Salì a piedi fino al quinto piano, l’ascensore era fuori servizio.

Le 11! In ritardo, non per colpa sua.

“Il Dottor Raineri l’aspettava alle 10,30. Ora è occupato. Non so se potrà riceverla. Attenda, prego.”. Maledetta segretaria, sempre con la puzza sotto il naso! Ma, tant’è, era costretto a sopportarla. Intanto, aveva il tempo di rassettarsi dalla sudata. Le 11,30, le 12, le 12,30 e nessuno si faceva vivo. Che se ne fosse andato? Quando la porta si aprì: “Romualdo!!! Che ci fai tu qui.” – era Piero, tale e quale, solo un po’ brizzolato, coi baffetti. “Ma…, non dovevi telefonarmi?”. “Sono venuto qui difilato dall’aeroporto. Avevo preso appuntamento alle 11.” “Ah!” esclamò Dino, inebetito. “Sai, – continuò Piero – ho fatto tutto. Il contratto è qui, anche se i tempi sono stretti. Ma ce la farò.” “Mi fa piacere, ma ora devo entrare…”, balbettò Dino. “Il dottore è uscito, la prega di fissare un altro appuntamento.” lo stoppò la segretaria. “Già, già…” e l’appuntamento svaniva anche quella settimana ed era arrivato ai verbi difettivi.

“Carissimo Romualdo, non m’inviti a pranzo? Sono anni che non ci vediamo. A proposito ho dato il tuo indirizzo all’ufficio bagagli dell’aeroporto così potranno consegnarmi le valigie non appena saranno arrivate. Sai, i soliti disguidi!”- conosceva anche l’indirizzo! – “Andiamo su, su, che ho una fame! Gina ti saluta caramente.” e strizzò l’occhio con un sorriso d’intesa.

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