PROFONDO ROSSO

Un uomo serio e per bene: così era considerato!

Integerrimo sul lavoro, responsabile delle proprie azioni, buon padre di famiglia, di media cultura, si aggiornava ogni mattina con le notizie che leggeva sul quotidiano preferito. Un quotidiano altrettanto serio, equilibrato con giornalisti seri e preparati, almeno così riteneva lui. Unica idiosincrasia: “le diavolerie moderne”, cellulari e computer che ostinatamente rifiutava.

Aveva, sì, una piccolissima, un’inveterata, innocua “abitudine”, così diceva lui. Non usciva mai di casa se non indossava un capo di vestiario dalla sicura connotazione rossa. Un piccolo cenno, in tutte le svariate accezioni: lo sfondo di una cravatta, un righino della “regimental”, un fazzoletto, anche solo un angolino, un cincinino, insomma, purché fosse rosso. È vero, si alzava dal letto, curando di mettere in terra per primo il piede destro, perché l’altro non porta bene, …ma era solo un’innocente abitudine!

Usava la dovuta attenzione nell’aprire la porta della camera da letto, al primo piano dell’agiata villetta di proprietà. La serratura era da un po’ di tempo che difettava. Di giorno in giorno si riproponeva di aggiustarla il dì seguente. Non si fidava degli artigiani, gente avida che fa il suo mestiere non più per vocazione, ma per vile denaro. Preferiva farli da se i lavoretti di casa. Ci metteva più tempo, forse. Ma quando erano finiti risultavano insuperabilmente perfetti.
Ormai, però, erano passati mesi senza che fosse riuscito a trovare tempo e voglia necessari alla riparazione.

La soffice, bene augurante guida rossa accompagnava lungo il corridoio i passi felpati, ovattati dal morbido spessore rassicurante, fin giù, sull’ultimo gradino delle scale. Lì confrontava, con meticolosa precisione, il quadrante rosso del Rolex Air King  S/S 966 da polso, che “non perdeva mai un secondo”, con la puntualità della pendola dell’ingresso, accanto alla specchiera, di fianco all’attaccapanni. Ogni volta restava meravigliato della sua precisione, nonostante gli anni che ormai incalzavano il complesso meccanismo di contrappesi nella cassa verticale dell’antica tecnologia, ancora efficiente. Riassettava con un  colpetto i fiori finti nel vaso, accarezzandone il bel tessuto cremisi, perché risultassero ben disposti nel torsadé in Cristal Sèvres, orgoglio della mensola sulla consolle da parete in massello di ciliegio. Quindi, pacificato col mondo dalla constatazione della consuetudinaria normalità, si avviava al portone d’ingresso, aprendone metà battente. Si guardava intorno e indugiava a respirare a pieni polmoni, nelle belle giornate, o, invece, si affrettava solo a recuperare il giornale, qualora il clima non fosse di suo gradimento.
Lo leggeva sempre, il quotidiano, prima d’uscire di casa. Il garzone del giornalaio, puntualmente, lanciava il plico verso la veranda della costruzione dal bel tetto a falde con le vivaci tegole rosse, orgoglio e fiore all’occhiello del suo proprietario.

All’ora prestabilita dava un’occhiata in strada, annodandosi la cravatta “polka dot”, ovviamente blu scuro a pois rossi, o “conversational”, a piccole rose rosse. Bastava a dargli la sicurezza che un’altra giornata cominciava bene. S’infilava il gilet amaranto o bordò, comunque nella tinta preferita, pronto a iniziare un nuovo round della vita.
Il “ploff” perfetto provocato dal prolungato strisciare della carta stampata, in fase di take-off sull’ammattonato, innescava il meccanismo riflesso che gli imponeva di scostare le tendine per salutare, con un immaginario gesto, il quotidiano mercurio alato dispensatore di mondane verità. Il giovane in sella alla bici, impegnato nelle acrobazie del suo lavoro, non si curava di lui,  ché non  gli importava nulla del saluto di chicchessia, tant’è ch’era già arrivato all’angolo della strada e svoltava bruscamente, tagliando l’angolo senza che si fosse reso conto della benedizione elargitagli.

Un modo come un altro, il suo, per ringraziare il buon Dio, più che altro, del buon inizio di giornata, cordialmente, senza pretese, intimamente sentito, anche se, in fondo, leggermente propiziatorio.  La consuetudine aveva un valore inestimabile per lui.

Constatata la perfetta integrità dell’impaginazione, dopo l’atterraggio, della guida di vita, altrimenti oggetto di severi rimbrotti al titolare, responsabile della consegna, si avviava a consumare il rito della lettura dei titoli, con qualche superficiale approfondimento, allietato da una corroborante tazzina di caffè che profumava l’aria della sala da pranzo in cui era apparecchiato all’americana il servizio della colazione con fette biscottate imburrate e spalmate di marmellata, di ciliegie o di mirtilli.

Quel fatidico giorno era la terza volta che faceva e disfaceva inutilmente il nodo alla cravatta e cominciava ad innervosirsi per il fastidioso contrattempo. No, non della cravatta di cui faceva e disfaceva il nodo a bella posta, ma del giornale, che non arrivava ancora. L’occhio correva alle lancette dell’orologio, annotando minuto dopo minuto il ritardo che già ammontava a un quarto  d’ora, accrescendo la sua irritazione, quando avvertì i prodromi della sciagura.
Provò la penosa sensazione dell’àruspice che inorridisce, accorgendosi che l’uccello, tanto atteso, sbatacchia affannosamente le ali, arrancando nell’aria e stentando ad arrivare al preordinato punto d’impatto, prima di precipitare rovinosamente, squinternandosi come ferito a morte.  Balzò in piedi. Il pouf su cui era seduto per allacciarsi le scarpe ebbe uno scarto improvviso e sbandò, posizionandosi al centro della stanza, sospinto dai polpacci su cui si appoggiava il corpo in elevazione.

Preoccupato ed irritato per lo sciagurato accadimento che l’insolito rumore preannunciava come inevitabile, avrebbe voluto scostare la tenda, per constatare coi propri occhi cosa dannazione stesse succedendo là fuori. Ma, cocciutamente, il tendaggio, insolentito dal rude strappo, non cedette di un millimetro, impigliato pervicacemente com’era da qualche parte nella riloga, occludendogli la visuale, mentre l’assassino a “due-gomme” sibilava beffardamente sul selciato, sfrecciando verso l’angolo per annullarsi in un silenzio tombale.
Ancora in maniche di camicia, irritato per l’infingardaggine dello scapestrato giovine,  interruppe l’operazione in cui era intento, infilando il gilèt a riquadri scozzesi blu, gialli ed, immancabilmente, rossi, dimenticandosi dell’esistenza dei bottoni. Si precipitò a spalancare la porta della camera da letto in soccorso del povero notiziario ferito.

L’incontrollabile energia nervosa della mano si trasmise alla maniglia della porta della camera da letto. La reazione del marchingegno nel subire l’applicazione della forza da energumeno fu pari alla rapidità del mancamento. Le viti saltarono, liberando d’un colpo la manopola. Il supporto di ferro che fungeva da asse esalò l’ultimo respiro, ritirandosi dall’altra parte dell’uscio. Il gemello del lucente, elegante pomolo, che ora gli giaceva stordito nel palmo della mano, crollò al suolo, disarcionato dallo sfilarsi del sostegno che attraverso la serratura l’aveva legato al destino della sua interfaccia.

Indifferente, la porta si ostinava a restare chiusa, mentre il chiavistello penetrava, conficcandosi nel profondo dell’oscurità dello stipite, incastrato definitivamente.
Uno stiletto sgusciò fuori dal fodero per infilzare l’anima dello sfortunato padrone di casa che, inebetito, si ricordò di essere solo. Era in… gabbia:  la moglie in visita alla madre a trecento chilometri di distanza, ed il figlio per due giorni in gita scolastica.

Sulla cameriera non poteva contare perché le aveva concesso due giorni di libertà. Ma sì! Avrebbe potuto chiamarla al telefono, pregandola di intervenire in suo favore, naturalmente dietro riconoscente lauto compenso.

Girò vorticosamente sui tacchi verso l’ancora della salvezza. Gli occhi erano fissi sull’apparecchio che indifferente l’aspettava sul comodino.

La fretta, accresciuta dalla febbrile angoscia da recluso che incominciava ad assillarlo, occultò il tranello. Le stringhe delle scarpe, che s’era dimenticato di allacciare, lasciate sul collo della cavalcatura, si aggrovigliarono, stringendosi in un patto d’acciaio contro di lui. La rovinosa caduta fu inevitabile.
Si abbatté, travolgendo fragorosamente lo sgabello che, inopinatamente allontanato dall’abituale luogo di stazionamento dalla spinta procurata da lui stesso nell’alzarsi, al momento del mancato atterraggio del quotidiano, s’era frapposto sulla strada dello sventurato.
Volò di tutto: sgabello, pantofole e argonauta, inteso non come compagno di Giasone nella conquista del vello d’oro, ma, più volgarmente, nelle forme di un cefalopode tentacolare annaspante nell’aria nel tentativo di appigliarsi al prossimo sicuro scoglio.
I corpi sospesi nell’aria planarono scompostamente, seguendo una differente traiettoria a seconda della propria massa, distanziandosi l’uno dall’altro, mentre la deliziosa poltroncina rococò accanto al letto, inorridita da tanto fracasso, s’abbatté, scontrosa, sui primi alluci indifesi che trovò davanti.

Nel contempo, il tappetino che  pigramente s’allungava fra la poltrona e il letto, sollecitato dalla gran fretta nell’atterraggio dell’improvvisato Pteromys-volans, cercò di evitare di essere travolto e si ritirò, terrorizzato, a fisarmonica, sotto il comodino contro il quale la testa dell’incauto viaggiatore dello spazio si incastrò.
Fu allora che l’infido pappagallo meccanico, il telefono, approfittando della posizione altolocata, sulla sommità del vacillante mobiletto, squassato dallo scontro, affondò il micidiale fendente. Calò come una mannaia, a tradimento, sulla cervice del meschino completando l’incursione aerea come un kamikaze,  sfracellandosi ai piedi della sua vittima.

Giacquero entrambi privi dei sentimenti.

Il primo a riaversi fu l’uomo. Dolorante, sanguinante si trascinò verso la finestra. Si tirò su con uno sforzo di volontà per aprirla e chiedere aiuto. Ma la temperatura gelida aveva ostruito il delicato sistema di sicurezza della serratura della finestra. E così il malcapitato, agitato da un parossismo in crescendo, dovette, a malincuore, decidersi a fracassare il vetro usando i resti del pouf  ormai scomposto nei suoi elementi fondamentali.
Fu solo dopo i primi colpi a scoprire la tremenda insipienza di cui era stato vittima. Il vetro di sicurezza dell’ampia finestra, percosso con furia, si sgretolò, all’interno della sua doppia anima corazzata, in mille segmenti, lasciando compatte le superfici esterne.

Irradiavano, dal punto d’impatto, le viuzze dell’utopica città disegnata sulla mappa geografica trasparente, facendo perdere all’uomo la gongolante fiducia nei sistemi di sicurezza che fino ad allora l’avevano fatto gonfiare di vanagloria.
Si batté la testa col palmo della mano, vacillando per il contraccolpo e, maggiormente, per la rabbia, ricordandosi della tanto decantata sostanza silicea posta a garanzia della sicurezza dei suoi beni.  Intanto, una macchia rosso sangue si andava spandendo dall’ammaccatura occipitale. Impallidì di colpo sotto l’ampio schermo amaranto che gli andava annebbiando gli occhi. Il dolore degli illividiti alluci scomparve dinanzi all’ira che lo travolse, ottundendo ogni capacità di ragionamento. E così, brandendo la gamba dello sgabello, novella Durlindana, deflagrò in un irrefrenabile desiderio di distruzione. “Libertà o Morte!” fu il grido di battaglia.
Le forze dell’ordine, chiamate in tutta fretta dagli allarmati vicini, lo estrassero dalle macerie polverizzate della camera da letto.

Più tardi, alla neuro, l’avevano sedato a fatica.

Parecchie ore dopo, i familiari poterono riabbracciare il loro congiunto in uno stato di profonda prostrazione. Indossava caparbiamente il panciotto a quadri di un inutile e smunto color rosso, desolatamente privo dei bottoni.

Mentre strofinava sotto le dita  l’amato tessuto con espressione catatonica, ringraziava la buona sorte per avergli fatto indossare quel gilet rosso.
Doveva a lui se era ancora vivo!2

Annunci